A proposito di Fari!… (3^ puntata)

faro di Punta CavazziToto ascoltava il genitore e, nello stesso tempo, prendeva parte a quelle parole come se il protagonista fosse stato lui. Ed era vero. Non se rendeva conto, ma intensa era la partecipazione, vivo l’interesse al racconto: lui, lui era dentro la voce, nei confini di quella storia si trovava a fianco di ogni particolare…

Il mare. La grande distesa d’acqua si perdeva all’infinito: era ovunque; prendeva i colori dal cielo e ne aggiungeva altri: alternando la sagoma nera delle secche con quella cobalto del fondale che si perdeva oltre ogni profondità.

“Ehi, papà, ma il mare ha gli amici? E’ così grande, dove va a giocare?”

La curiosità di andare oltre l’orizzonte, che tanto lo aveva affascinato mentre scendevano verso lo scoglio del Medico, suggeriva a Toto quella strana domanda, come se l’azzurro liquido, che aveva carpito buona parte dei suoi sguardi durante la camminata, fosse partecipe della sua vita e, come tale, potesse fare le stesse cose che Toto immaginava normali per sé: correre, parlare, giocare…

Mimmo non si era scomposto; era pur sempre la domanda di un bambino che fantasticava appresso al suo racconto.

“Il mare ha tanti amici, piccolo, ne ha così tanti che sono dovunque, non solo a Ustica, e tutti vorrebbero giocare con lui; non sempre riesce ad accontentarli tutti, è tanto buono, ma sa essere anche…”

Voleva dire cattivo, anzi, crudele, come spesso sa essere con coloro i quali cercano pane nelle sue acque. Si era fermato per non dipingere un quadro tetro che potesse suscitare nel figlio un’altra situazione di ansia e, per evitare che potesse accorgersi di quella incertezza, cominciò a tracciare un grande cerchio nell’aria, poi un altro e un altro ancora.

“Immenso, grande, grandissimo!” Si fermò giusto in tempo per non dire “gigantesco”, appena una minima frazione di tempo dopo aver pensato quella parola, che avrebbe riportato il piccolo verso il turbamento dal quale lo stava appena appena distogliendo.

 Vedi Toto, tu prima hai detto che il mare parlava. Hai ragione, ci diceva qualcosa. Vedi, il mare ha sempre qualcosa da raccontare ai suoi amici, perché gira sempre tutto il mondo. E’ così grande che in poco tempo fa tanta strada. Ricordi la camminata che abbiamo fatto io e te? E’ così!” Tracciò una piccola linea immaginaria nell’aria con fare serio, quindi cominciò a farne un’altra, girando su sa stesso più volte, quasi fino a stordirsi.

Lui ne fa una ancora più lunga, tesoro mio, e mi stanco solo a pensarci nel fartela vedere. Sa tante storie e vuole che tutti le sappiano, per questo abbiamo sentito una voce questa mattina. E mentre parlava si avvicinava, ricordi, no? Per farsi sentire meglio: è il suo modo di giocare con noi. Me lo ha detto una volta un signore, quando ero piccolo come te; anche a lui piaceva giocare con il mare.”

Toto non stava più nella pelle: “Anche io posso parlargli, allora, la prossima volta che usciamo assieme mi aiuterai a giocare con lui? Voglio anche io parlare con il mare!”

“Certo, figlio mio, ma deve essere un segreto. Il mare parla solo con chi vuole lui, potrebbe arrabbiarsi se…”

“E allora no, non fatelo arrabbiare, è così calmo oggi, lasciamolo buono buono. Mi dispiacerebbe davvero…”

Anna si era intromessa nel racconto divertita. Sorrideva. All’inizio avrebbe voluto zittire il marito, sicura che con quelle storielle avrebbe di nuovo intimorito il figlio, provocando un’altra crisi di pianto; ma aveva lasciato fare.

Toto fortunatamente si era tranquillizzato, e proprio grazie alle parole misurate di Mimmo, che ora si sforzava di riportare la calma a sé stesso e al piccolo, dopo lo spavento che gli aveva provocato avvicinandosi al faro e descrivendolo come un gigante in catene.

In ogni caso lei non voleva che si esagerasse, qualche parola di troppo poteva sempre rompere l’incantesimo e compromettere una rinnovata serenità.

Allora Mimmo ripiegò: “No, no, non facciamolo arrabbiare, va bene, Toto? Se si arrabbia il mare sono guai. Dopo non vuole giocare più e, quindi, diventa muto. Come facciamo a parlare con lui? Ha ragione mamma. Basta non dire niente a nessuno e il gioco è fatto!

Cosa avesse in mente Toto in quel momento era intuibile. Sarebbe scappato fuori supplicando il padre di portarlo nuovamente ad ascoltare la voce di un nuovo amico, ma, stranamente, qualcosa gli consigliava di non farlo. Con gli occhi al soffitto, stava già pensando cosa chiedere, come avrebbe potuto accennargli anche solo un semplice saluto. E rimuginava.

Se c’è ancora quella voce cosa gli dico?

La sua mente era in fermento e, questa volta, il gigante non era il primo dei suoi pensieri. Non ci pensava più adesso. Lui voleva parlare al mare, voleva assaporare ancora quel sibilo sottile che aveva stuzzicato la sua fantasia e dentro di sé i pensieri facevano a gara per trovare una soluzione, spintonandosi nella testolina arruffata.

Cosa gli dirò? Buh, poi glielo chiedo a papà, che lo conosce…

Il peso di quella nuova ansia ora premeva sulle palpebre, che si chiusero al sonno come la porta di casa che Mimmo aveva appena accostato per far tacere ogni desiderio.

Salvio Foglia

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