A proposito di Fari!… (seconda puntata)


faro di Punta Cavazzi Il faro è lì. Immobile.

“Mamma, mamma, c’è un gigante là fuori ho paura, quasi quasi ci prendeva, a me e a papà!”

Il pianto inondava copioso il volto acerbo di bambino, rosso per la corsa e quasi livido per la paura; la voce annegò nella sorgente tiepida che sgorgava dagli occhioni intimoriti.

Ma che dici, di quale gigante parli? Cos’è questa storia, piccolo mio?”

“Mamma, c’è un gigante là fuori, è vero. Lui guarda il mare. Gli hanno messo pure le catene per tenerlo fermo. Ma io ho paura, mamma!”

Gli occhi di Rosa avevano intercettato quelli di papà Mimmo, che le accennò un sorriso, portando l’indice davanti alla bocca a toccare più volte le labbra piccole. Un arco di baffi neri contornava la parte superiore, dandogli un’aria ancora più seria e sprezzante. Implorava silenzio dalla donna, almeno verso di lui.

“E dove sarebbe questo gigante, amore mio bello, dimmi dove lo hai visto?”

Mentre la mamma accarezzava i capelli del bambino, gli baciava teneramente le gote, intingendo i suoi sguardi nel tepore dei lacrimoni ancora carichi di paura; non senza aver lanciato un’occhiata di fuoco al marito, che, in silenzio, continuava a farle segno di non parlare con lui e indicava Toto.

Parla, bambino mio, dì tutto a mamma tua, stai con me ora, non ci sono pericoli…”

Tra singhiozzi che facevano sobbalzare, come un motore stanco e ansimante fa vibrare la carrozzeria di una macchina, la storia di quella mattina si infilò in una strada tutta curve e, lentamente, Toto prese a raccontare.

“Era bello, mammina, all’inizio…”

La sua voce incerta parlava di terra e di mare, di un cielo così celeste che andava a finire nell’acqua fino a confondere gli occhi, che non distinguevano più il confine dell’orizzonte.

Lo sai, il cielo fa il bagno, si tuffa nel mare. Però non si capisce. Si tuffa e si prende tutto il mare… Quando fa così poi c’è la pioggia. Raccoglie l’acqua e riempie la pancia delle nuvole che passano. Per questo siamo scappati, per non bagnarci: papà diceva che poteva piovere. Ma io ho visto il gigante…

Non tremava più, Toto. Il fil di voce era sparito al tocco dei baci della mamma, che continuava ad abbracciare forte, senza mollare la presa. Meglio esser sicuri, meglio rimanere lì, fermi, avvinghiati a quel corpo caldo e tenero, “meglio stringere mamma mia”, pensava tra sé e sé.

“Il gigante fermo stava e non si muoveva. La gabbia di ferro avvolgeva il suo corpo.”

Già, il gigante. Nel pronunciare quella parola ebbe un sussulto e si fermò.

Stava per scoppiare di nuovo a piangere, ma Rosa, che non distoglieva lo sguardo da lui, lo ridestò prontamente.

Chi sono io, il gigante, eh, piccolo mio? Allora ti maaaangio, aaahm!”

Nel coprirlo di baci, la mamma sfiorava la pancia di Toto, che scoppiò a ridere divertito per quell’inaspettata aggressione, anche se fu l’effetto del solletico a distrarlo completamente dalla paura che lo aveva impietrito.

Aaahm, sono il gigante, ti mangio, ti mangio, ti mangiooooo! Ma insomma, Toto, mi vuoi dire chi è questo gigante, dove sta? E forse in questa testolina bacata?”, gli diceva, mentre con i polpastrelli delle dita picchiettava sui neri capelli del bambino.

E giù baci e solletico, finché, sghignazzando a più non posso lui urlò: “Basta, basta, mamma, non ce la faccio più, basta!”

“E allora, voi due – questa volta il dito puntava anche contro il marito – mi dite una volta per tutte chi è questo benedetto gigante e dove si trova?”

Mimmo rispose come se stesse raccontando una favola, allargando apposta le vocali, parlando piano. La solennità delle parole, proferite con cura e accompagnate da ampi gesti delle mani, nascondeva il timore che la moglie potesse rimproverarlo e fargli una scenata per aver fatto spaventare Toto.

Scendevamo piano piano lungo la strada, dopo la cappella del Passo della Madonna. Il mare sembrava lontano, eppure avevamo l’impressione che si avvicinasse a noi, come se volesse lasciare un segno della sua presenza sulla terra, oltre gli scogli… E’ vero Toto?”

Il suo sguardo era rivolto al figlio, ma guardava negli occhi grigio-verdi anche Anna, indugiando quasi ad ammaliarla, con quella voce che si faceva leggera e confondeva l’anima.

Sì, papà, il mare parlava, forse voleva dirci qualcosa. Il vento portava una voce…”

Era rimasto impressionato dalle parole del padre, che entravano nella orecchie come un fluido che si infila dappertutto. Quella mattina aveva vissuto una grande avventura, che si sarebbe trasformata, ben presto, in un ricordo indelebile, sempre presente e pronto a tornare quando si avvicina la malinconia e la tensione sale per ogni piccolo grande dramma interiore che si vive in un momento.

Salvio Foglia

Continua…

 

 

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