Il Faro incatenato (4^ puntata)

faro di Punta CavazziPunta Cavazzi guarda lontano. Non ha terraferma di fronte a sé. Il suo corpo è la nera scogliera che si tuffa nel profondo di un’anima blu: essa contiene segreti inaspettati, ormai alla mercé di chiunque voglia immergersi alla ricerca di un’avventura nuova.

Nera. Nera come il sole che abbronza e scurisce, nera come l’anima di chi ha predato le sue rive portando via il corpo, la vita, la speranza di molti. Nera come tutta l’isola, nata da immense fontane rubescenti e caldissime, proiettate verso un cielo altrettanto scuro, che hanno trovato riposo in una sembianza senza colori, in cui il tempo si è addormentato sovrapponendosi ad altre età adagiate una sull’altra…

Nigrizia, negritudine, neritudine. Impetuoso è l’intimo di questo luogo, che ora riposa e tace per sempre, portando su di sé una eredità senza arcobaleni. Sei nera, Ustica, punto.

E ti distingui per questo.

La tua bellezza ha il colore della pece, e ti rende unica, immensa nella tua piccolezza, dolce nella tua pronunciata asperità.

Qualcuno ha scritto queste cose, ma ha lasciato che il suo nome scivolasse tra gli scogli, andasse giù, si perdesse tra i recessi più profondi per rimanere sconosciuto.

Punta Cavazzi è un luogo di svolta, un crocevia. E’ un punto di arrivo o di partenza, o, spesso, un luogo in cui sostare incrociando orizzonti profondamente diversi, a seconda di come si colloca lo sguardo. Terra e mare realizzano contemporaneamente sfondi diversi, laddove la prima contorna strade e sentieri e fa da confine all’altro, che si bea degli umori del tempo, infischiandosene delle stagioni che regalano luce e colori nello scorrere del mondo.

Rimane al vertice di una linea immaginaria che divide in due Ustica, il cui prolungamento è solo acqua dalla fisionomia cangiante: ora tremolante, ora piatta, ora furente; è estremità di una terra già di per sé estrema, un dito puntato a indicare altre lontanissime sponde, prosecuzione ideale di un mondo galleggiante che non ha modo di sfuggire alla sua intima fisicità.

Proprio quest’ultima la tiene ancorata saldamente a un destino fatale. La terra è assediata perennemente dal mare e non vi è modo di sottrarsi da questa realtà che ogni giorno cementa negli individui la consapevolezza di un amaro destino, certo, ma anche la fierezza di essere isolani, artefici ogni giorno delle proprie eventualità, da gestire senza poter chiedere niente a chicchessia.

La vita scorre bagnando i giorni di sudore e di acqua marina, ancorati a una terra austera e generosa che garantisce quel poco che basta per non essere orfani del mondo.

Il faro abita punta Cavazzi, ma ormai, da oltre un secolo, è parte integrante di essa; né è allo stesso tempo occhio e nume tutelare, procace figura muta che assorbe e schiarisce la ventura ai naviganti nell’oblio della notte.

I dardi fiammeggianti della sua lanterna colpiscono regolarmente i recessi delle tenebre e ne scandiscono intensamente tempo e movimento. Una luce curiosa e breve taglia l’aria profumata che si muove sopra una coperta così scura che non riflette le stelle che si posano sopra la coltre gemella del cielo. Nella notte è notte anche per il mare che non è se non per i continui bisbiglii che gli suggerisce la brezza o per il ruggito che la tempesta gli impone.

Vive la notte, per essa è nato; dall’interno del suo manto ne svela il corpo come un amante soddisfatto e si offre al suo abbraccio fin quando l’alba non spegnerà il suo fuoco. Mentre si schiudono le porte per l’ingresso del giorno, il mistero dell’oscurità si rifugia nell’oblio, pronto a rivelarsi ancora quando la luce morirà ancora: solo allora si accenderà di nuovo una piccola stella adagiata sugli scogli, pronta a dispensare barlumi di vita. Si oscura, nel frattempo, il grande occhio luminoso, termina il girotondo splendente che prende l’orizzonte teneramente per le mani.

Il buio si sfalda, portato via da linee infuocate e il faro si riveste dei caratteri imponenti della sua mole e impavido, sulla lava nera, rimane muto a contemplare tutti i colori che danno forma alle cose.

Ha una giacca di metallo. Una larga rete di acciaio lo avvolge e lo veste di grandi rettangoli saldati; sembra un gran signore e ha pure un cappello luccicante in testa, un gran signore tutto d’un pezzo.

Le lacrime del tempo che passa gli hanno lasciato qualche ruga, la giacca non è più linda come una volta, i segni della ruggine prolungano le linee nette dei riquadri e lasciano tracce scure.

I gabbiani lo scrutano con deferenza, non si avvicinano, hanno rispetto dell’età e non si avvicinano più di tanto, anche se qualcuno, ogni tanto, gli lancia un timido saluto, sfiorando con le ali l’ampia balaustra di ferro che circonda la sommità appena sotto la grande lampada spenta.

Salvio Foglia da Cosenza

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COMMENTO

Da New Orleans Maria Compagno Bertucci

Non sapevo che Salvio era così Bravo e che era innamorato di Ustica

Bravissimo.

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Da Palermo Mimmo Drago

Bellissimo!

7+

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