La vita delle spugne nel mare di Ustica


Martedì 21 agosto presso la sede dell’Area Marina Protetta, grazie al Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica, Giuseppe Corriero, originario dell’isola e Professore ordinario di Zoologia e Direttore del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, ha esposto i risultati di un lavoro di ricerca sperimentale effettuato nelle acque di Ustica allo scopo di individuare i livelli di accrescimento e mortalità delle spugne in appositi impianti di allevamento.

Si è potuto apprezzare il raggiungimento della taglia commerciale intorno ai tre anni, nonostante le difficoltà tecniche, rappresentate prevalentemente dalla notevole profondità (30-40 metri) nella quale l’Università di Bari ha effettuato la spongicoltura, e dall’intenso idrodinamismo dell’isola, le due specie allevate in gabbie sommerse, prelevando frammenti di pochi centimetri da individui adulti e aspettando la loro crescita.

La sperimentazione è stata effettuata su due delle specie più usate per uso cosmetico, la Spongia officinalis, la più pregiata in assoluto, e la Spongia lamella (meglio conosciuta come “Orecchio d’elefante”), entrambe naturalmente presenti sui fondali dell’isola, insieme ad altri tipi di spugne che sono il gruppo animale dominante nelle grotte, come la Grotta Verde e la Grotta Azzurra.

Il loro allevamento si è reso possibile grazie ai due modi di riproduzione delle spugne, le quali possono riprodursi asessualmente o sessualmente. Nel primo caso, il loro corpo produce alcune gemme che, quando raggiungono una certa dimensione, si staccano dalla spugna che le ha generate e danno origine a una nuova spugna, identica alla spugna madre.

Nel secondo caso l’individuo maschio immette nell’acqua il liquido seminale che viene fecondato dagli individui di sesso femminile. Questo tipo di riproduzione è quello che oggigiorno incontra le maggiori difficoltà, a causa del forte grado di estinzione di questa specie animale, che ha la caratteristica di vivere ancorata alle rocce, e quindi deve affidare alla corrente e alla fortuna la sua sorte.

L’eccezionale potere assorbente di questi Poriferi, cioè fino al 30% in più delle loro dimensioni, scaturisce dalla loro struttura cellulare, costituita al loro interno da uno scheletro fibroso, che, generalmente formato da un groviglio di microscopici aghi(spicole) di silicio, che mal si presterebbero ad un uso cosmetico, nel gruppo di Poriferi più ricercato è costituito dalla spongina, ovvero una sostanza proteica simile al collagene che conferisce a questi tipi di spugne una particolare morbidezza.

Le pregevoli qualità delle specie “da bagno” hanno fatto di questi animali invertebrati un ricercato oggetto di cattura, ed il loro sfruttamento è in atto fin dalla notte dei tempi. Documenti dimostrano che già i Fenici ed Egizi ne facevano uso. I Romani li utilizzavano nei “servizi igienici delle terme pubbliche, ed ogni soldato romano ne aveva una in dotazione nel suo equipaggiamento personale delle campagne di guerra.

La loro pesca ed il loro commercio erano diffusissimi nel bacino del Mediterraneo fino al secolo scorso. Le aree di pesca maggiormente interessate erano le Isole Egee, la Libia, la Tunisia, la Siria e le coste di Puglia, Campania e Sicilia.

Il più antico sistema di pesca consisteva nel tuffarsi a corpo nudo, supportati da una fune e da una zavorra, e armati di falcetto o di fiocina. In proposito mi sovviene il ricordo dell’espressione popolare “E che è spacasi?”, molto comune tra gli anziani di Trapani in riferimento a qualcuno che ostentasse sicurezza o che si vantasse di aver compiuto un’impresa fuori dal comune. Il termine “spacasi”, storpiatura di “Sfax”, infatti, era retaggio culturale che indicava l’assidua frequentazione dei pescatori di spugne trapanesi proprio presso le coste della città Tunisina.

Agli inizi del Novecento l’Italia controllava la commercializzazione mondiale delle spugne presenti nel Mediterraneo, grazie anche alle sue colonie in Libia. Relativamente all’isola di Ustica, la pesca di questi animali non si è mai affermata, nonostante le imbarcazioni Usticesi offrissero il loro supporto agli equipaggiamenti provenienti dalla Grecia. Alcune rare testimonianze attestano che la frequenza delle campagne di pesca avveniva nel pieno rispetto del ciclo di riproduzione e crescita dei banchi spongiferi. Il fatto che il prelievo operato da quei pescatori, rivolto agli esemplari già adulti, desse modo di riprodursi o accrescersi a quelli sotto taglia, evitando il depauperamento del banco, ci fa riflettere su come un tempo la pesca si svolgesse secondo criteri di ecosostenibilità.

Purtroppo nel tempo i sistemi di pesca hanno subito una notevole evoluzione tecnologica, comportando un eccessivo sfruttamento di queste specie marine tanto ricercate, portate alla loro progressiva estinzione, anche a causa di un alto fenomeno di mortalità, osservato già da un ventennio, e che ha colpito non solo le “spugne da bagno”, ma anche altre specie di spugne, nonché altre specie marine, colpite da malattie epidemiche, ancora di origine ignota.

Tutte le spugne non hanno un apparato digerente: esse si nutrono e si ossigenano grazie a un flusso d’acqua costante che circola nel loro corpo e che gli fornisce un’alimentazione composta da batteri e minuscoli organismi, privilegiando i batteri fecali degli altri esseri viventi marini, e quelli in prossimità degli sbocchi fognari. Eppure questa loro peculiare caratteristica, che li rende dei depuratori naturali delle acque marine, non è ancora stata studiata abbastanza. Inoltre sarebbe auspicabile un interesse anche da parte della comunità scientifica internazionale, al fine di comprendere anche il raffinatissimo meccanismo di trasformazione dei batteri, che lascia intravedere altissime potenzialità anche in campo farmaceutico, al fine di un’opinabile sostituzione degli antibiotici.

Pertanto, ben vengano allevamenti estensivi di spugne. I costi elevati per una tale tipologia di sperimentazione dissuadono certamente chi dovrebbe investirvi, ma una adeguata sensibilizzazione di enti competenti, governativi e non, potrebbe portare a comprendere che non si tratterebbe solo di  un  investimento  finanziario, ma nel futuro delle giovani generazioni e di quello di tutto il pianeta Terra .

È facile comprendere, infatti, come il proliferare delle spugne nei mari e negli oceani, si renda sempre più necessario per il benessere del nostro Pianeta, in una visione globale sempre più proiettata verso uno sviluppo ecosostenibile.

Antonella Carrubba

 

 

 

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