Da Firenze Prof. Massimo Caserta


[ id=4260 w=300 h=220 float=left] A proposito dell’articolo di Giovanna Delfini su La Repubblica e della sarcastica titolazione del Quotidiano

Caro Pietro, ti ringrazio per l’informazione sull’articolo di Giovanna Delfini, responsabile della sezione confino politico del Centro Studi di Ustica, pubblicato circa dieci anni fa su  La Repubblica e recentemente riproposto dal Sito “Avanti Barbari”.
Si trattava in realtà di una lettera con cui la Delfini intendeva rettificare un errore relativo ad una foto di confinati politici apparsa prima sul Quotidiano.
A quella lettera-articolo La Repubblica pensò di dare, con nostro conseguente e motivato disappunto, un titolo po’ sarcastico (Povera Ustica isola perseguitata), forse perché risentito per essere stato colto in fallo dalla precisazione e dalle argomentazioni della scrivente. I titoli, come sappiamo, vengono confezionati dalle Redazioni. Ma, tutto sommato, per quanto gratuito, il sarcasmo del titolista non era, credo, proprio malevolo. Semmai legato ad un approccio un po’ superficiale ad una questione di ordine più generale sollevata dalla Delfini.
Di questa pubblicazione ero al corrente, ma avermene segnalato la riproposta sulla rete mi offre l’occasione per una piccola riflessione e un commento.
La “Questione” prendeva spunto da una foto, come detto, precedentemente apparsa sul Quotidiano e che rappresentava un gruppo di confinati politici antifascisti: luogo riportato nella didascalia: Lipari, mi pare. Non Ustica comunque, dove in realtà era stata scattata. La Delfini ritenne opportuno scrivere al Quotidiano per precisare. Questi i fatti.
Era accaduto più volte infatti che foto sul confino politico scattate a Ustica venissero presentate come scattate altrove. Per esempio, tra le tante che abbiamo potuto riscontrare, una con un gruppo di politici sotto la grande quercia della strada del boschetto e pubblicata su un album fotografico, edito mi pare dagli Editori Riuniti. In quella foto abbiamo riconosciuto l’usticese Carlo Natale, marito di nonna Angelina Ailara. La sua presenza nel gruppo testimonia tra l’altro i buoni rapporti intrattenuti dagli usticesi con i politici, che in più occasioni venivano ricordati da nonna Angelina come persone “gentili” che avevano portato nell’isola “educazione”: parole semplici con le quali la nostra “memoria storica”, riusciva, però, molto efficacemente, a rappresentare la *portata della presenza dei confinati politici nell’ isola.
Querelle di poco conto, si dirà, questa delle foto. Il fatto è, però, che si tratta di un errore ricorrente in tanta pubblicistica. E che denota, più in generale, la scarsa attenzione a quanto di straordinario e irripetibile, nella sua drammaticità, sia avvenuto a Ustica in quegli anni in relazione con la presenza dei “politici”. Per l’isola stessa, ma non solo.
Le ricerche condotte e pubblicate negli ultimi anni, convegni, seminari e mostre riguardanti il confino politico ci hanno restituito ormai, con molta evidenza, lo spessore e la significatività reali delle ripercussioni nel tessuto sociale -e non solo- dell’isola di quella presenza.
Ciò che appare straordinario è infatti la concentrazione a Ustica, in quegli anni (1926-27) e in uno spazio fisico così limitato, delle menti più fervide del pensiero antifascista militante (I fratelli Rosselli, Gramsci, Bordiga, Parri, Romita, tanto per citarne alcuni fra i più noti).
Erano uomini di diversa provenienza sociale, di diversa formazione e diverso orientamento culturale, ideologico e politico, che riuscirono a sviluppare, nonostante le difficoltà della loro condizione, proprio nella nostra isola, attraverso le esperienze cooperativistiche, la biblioteca, la scuola dei confinati (frequentata anche da giovani usticesi) una esperienza intellettuale e politica (abbondantemente documentata) che fu un punto di partenza per le successive elaborazioni, in altre sedi carcerarie e confinarie.
Immotus nec iners, si poteva leggere nella parete della terrazza di una abitazione su cui era visibile una meridiana disegnata dai confinati politici nel 1927. L’affresco non è più purtroppo esistente, ma se ne conserva documentazione fotografica: è un’ulteriore conferma dell’eccezionale attivismo politico di cui si è detto, nonostante la condizione di coattività fisica in cui quegli uomini vivevano.
Resosi conto del madornale errore in cui era incorso, il regime pensò di dissolvere quella pericolosa concentrazione con arresti e trasferimenti di massa motivati da presunti tentativi insurrezionali concepiti dai “politici” a Ustica e sostenuti dall’esterno. Il processo che ne seguì e le assoluzioni dimostrarono poi che tutte le accuse erano infondate.
Quella esperienza, nata soprattutto a Ustica, contribuì alla elaborazione di quei principi di libertà e di democrazia sfociati poi nella nostra Costituzione.
Di questa importante pagina di storia locale e nazionale, noi usticesi almeno, penso dovremmo essere consapevoli.

Caro Pietro, ho scritto volentieri queste righe. Credo ne valesse la pena perché, se è vero come è vero, che si fa tanta fatica a sfogliare e leggere un Quotidiano o un libro, queste mie riflessioni potranno forse offrire un piccolo contributo per la conoscenza di una parte della storia della nostra isola. Soprattutto a tutti gli isolani -presenti nell’isola e a quelli sparsi per il mondo- e a quanti in vario modo a Ustica sono legati e che trovano più semplice e comodo visitare un Sito. In questo caso il tuo.
Colgo pure l’occasione per riprendere una questione in qualche modo aperta su questo Sito da Agostino Caserta (il “nostro” Nuccio) dagli Stati Uniti, in uno dei suoi interessanti e godibilissimi interventi.
Nuccio ci ha voluto ricordare anche la presenza a Ustica dei confinati comuni o “coatti”. Si chiedeva pure – e giustamente- perché così poco questo argomento sia stato affrontato, anche da parte del Centro Studi di Ustica. È vero. La difficoltà maggiore è anche dovuta a trovare la disponibilità di qualcuno che se ne voglia e se ne possa occupare utilizzando –oltre che il proprio tempo (Ricordo che si tratta di lavoro volontario)- tutti gli strumenti di ricerca e di studio richiesti e necessari per una ricostruzione organica.
Ma non è solo questo il problema. Se, per i “politici”, infatti, al Centro Studi, abbiamo avuto a disposizione molti documenti d’archivio pubblici, ma anche molte testimonianze scritte (Memorie o altro), orali, lettere, fotografie provenienti dagli archivi privati delle famiglie degli antifascisti confinati a Ustica, questo è più difficile nel caso dei confinati comuni o “coatti”. Dei propri congiunti, confinati politici, che “villeggiavano” a Ustica –come sconsideratamente ha detto qualcuno- i familiari ne parlano molto volentieri perché giustamente fiere e orgogliose di questo “passato”. Cosa che non avviene invece per i coatti, dato che, comprensibilmente, si tende a rimuovere.
Ad ogni modo, per gli interessati dell’argomento, ci sono dei riferimenti offerti da lettere (Di Gramsci, per esempio), da Memorie scritte. Sono riferibili ovviamente agli anni del confino politico antifascista. Andando indietro nel tempo (Seconda metà dell’Ottocento), si può fare riferimento al racconto storico Ustica, del confinato politico antiborbonico Pietro Minneci, ristampato dal Centro Studi di Ustica in copia anastatica. Il libro offre anche uno spaccato interessante della presenza dei coatti nella nostra isola, non trascurando di individuarne dettagliatamente le abitudini e la lingua.
La lingua-gergo dei malavitosi è forse l’elemento più interessante del racconto e meriterebbe approfondimenti, dato che Minneci è il primo in ordine di tempo a metterla in rilievo.
Insomma, anche se non sistematicamente e organicamente, qualcosa sui coatti è venuto fuori.
Va ricordato, infine, che questa ultima categoria di persone ha fatto parte della storia dell’isola, nel bene (Il fattore economico, in un periodo in cui non esisteva il turismo) e nel male (Una coesistenza problematica). Conoscere e approfondire anche la loro (secolare) presenza nell’isola, così come si è fatto per quella dei politici, penso sarebbe utile. Ma non solo e non tanto per gli studiosi: una maggiore consapevolezza e coscienza del nostro presente, sia come individui che come collettività, si ha infatti solo se riusciamo a fare i “conti” con il nostro passato. In tutte le direzioni. Anche in quelle meno gradite.

Massimo Caserta

Rispondi con il tuo Commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.