De utilitate lampionibus -Tassonomia del lampione: ogni categoria ha una sua nobile funzione.


A Milano, negli anni ’90, in alcuni quartieri semicentrali della città, il lampione assolveva  a un compito nobilissimo: illuminare il controllore di quartiere. Un monito contro chi volesse approfittare dell’oscurità per compiere irregolarità. In particolare, nella mia zona di Porta Venezia, il controllore era il “palo” della banda dei calabresi, che ho visto invecchiare, da giovane robusto e minaccioso, poi progressivamente arrugginito e infine consegnato alla storia urbana insieme a tutti gli altri manufatti che, a Milano, hanno avuto una funzione precisa prima di diventare semplicemente… vecchi.

Il lampione nei viali di periferia o nelle provinciali di campagna assolveva invece a un’altra importante funzione sociale: indicare il luogo dove trovare la dolce compagnia di donnine allegre, provvidenzialmente provviste di falò di copertoni durante la stagione più fredda e nebbiosa. Una risorsa attrattiva per un certo turismo, forse non ancora censito dall’ENIT, ma certamente assai fidelizzato.

Il lampione ha avuto, dunque, nel corso della storia urbana una funzione eminentemente pratica. Illuminava qualcosa: una strada, un marciapiede, un parcheggio, un monumento storico o un cittadino, talvolta persino un malintenzionato. Era, in definitiva, un oggetto che rispondeva a una necessità.

Poi venne il progresso. E con esso il piccolo Comune.

Fu allora che il lampione conobbe la sua definitiva emancipazione dalla necessità di illuminare.  Da semplice strumento al servizio della comunità, il lampione divenne elemento ornamentale, segno tangibile della modernità amministrativa, testimonianza luminosa dell’avvenuto impiego di un finanziamento. Non importa più che sotto di esso vi sia qualcosa da vedere. L’importante è che vi sia il lampione. Ne consegue una nuova e assai più raffinata disciplina: la lampionistica paesaggistica. Il principio è semplice. Se un luogo è bello, bisogna illuminarlo. Se è molto bello, bisogna illuminarlo molto. Se è talmente bello che l’intervento umano rischia di comprometterne l’integrità, occorre installare ancora più lampioni, affinché nessuno possa più dubitare della presenza dell’amministrazione.

Così stradine e sentieri, che per millenni hanno potuto fare tranquillamente a meno di un lampione, vengono finalmente sottratte all’oscurità. Il crinale, che al tramonto offriva una magnifica silhouette contro il cielo, viene opportunamente punteggiato di luci bianche. La valle, che di notte diventava una distesa nera costellata di stelle, viene resa visibile. Le stelle, naturalmente, sono un dettaglio secondario. Il vero spettacolo è il lampione. Il lampione contemporaneo non illumina più il paesaggio: lo interpreta. E lo interpreta con la stessa sensibilità con cui un turista entra in una chiesa romanica, accende il flash e dichiara: «Così si vede meglio». Solo la Torre dello Spalmatore è rimasta immersa nella sua oscurità per tutta l’estate.

Si potrebbe argomentare che l’oscurità faccia parte del paesaggio tanto quanto la luce. Che esistano luoghi nei quali la notte non sia una carenza di illuminazione, ma una caratteristica naturale. Che il cielo stellato, il profilo delle colline, il silenzio e persino la possibilità di non vedere perfettamente dove si mettono i piedi possano costituire beni paesaggistici. Ma è proprio qui che interviene la saggezza amministrativa. Laddove l’occhio umano non percepisce nulla, il Comune percepisce un’opportunità. E piazza un lampione. Uno solo sarebbe forse insufficiente. Due potrebbero sembrare casuali. Tre cominciano a dare un’idea di progetto. Cinque costituiscono un intervento. Dieci sono ormai una politica pubblica. È a questo punto che il visitatore comprende di trovarsi in un territorio amministrato con lungimiranza. Non sa più se sta osservando un bosco, una collina, un borgo medievale o un parcheggio. Ma sa certamente che il Comune c’è. Lo dimostra il lampione.

Del progresso delle strade e della visibilità delle buche

Un’altra interessante evoluzione della lampionistica riguarda le strade di campagna. Prendiamo, ad esempio, quella che un tempo era una semplice strada di campagna, percorsa dagli asini — gli scecchi, per dirla nella lingua del luogo — e da qualche raro mezzo agricolo. Una strada che sembrava avere come principale funzione quella di collegare lentamente un punto con un altro, senza particolari pretese di velocità. Con il tempo, naturalmente, anche la strada ha conosciuto il progresso.  Oggi è frequentata, prevalentemente d’estate, da motorini e automobili che trovano nel rettilineo di Tramontana un’occasione irresistibile per verificare le prestazioni dei propri mezzi, sognando magari un mitico decollo. Gli scecchi avevano evidentemente un diverso concetto della velocità.

E qui il lampione torna ad assumere una funzione fondamentale. Illumina la strada, naturalmente, ma soprattutto consente al viaggiatore di ammirare con maggiore nitidezza ciò che il progresso ha lasciato qua e là sull’asfalto: le buche. E meno male che si vedono. Perché sarebbe davvero spiacevole che un turista, lanciato a velocità poco compatibile con l’antica vocazione rurale della strada, dovesse affrontare una buca senza poterla prima ammirare.

Il lampione, dunque, svolge ancora una volta la sua funzione sociale: non elimina il pericolo, ma lo rende perfettamente visibile. È già qualcosa.

Del resto, non bisogna essere nostalgici. Se un tempo la strada era fatta per gli scecchi e oggi è fatta per le automobili, è naturale che anche il paesaggio debba adeguarsi. E se proprio non possiamo avere una strada migliore, possiamo almeno averla ben illuminata.

Questa, in fondo, è la grande lezione della moderna lampionistica: non sempre è necessario cambiare ciò che non funziona. A volte è sufficiente illuminarlo bene.

Postilla sull’equilibrio luminoso

Tanto per non cadere nell’errore di pensare che il problema sia semplicemente la quantità di luce, va detto che esiste anche il fenomeno opposto. Il vecchio lampione di via Petriera, per esempio, quello che sul limitare del paese dovrebbe illuminare l’ingresso proprio di casa mia, è spento ormai da mesi. Una scelta forse ispirata a un più moderno principio di rispetto dell’oscurità, o magari un involontario omaggio alla tradizione. Così, mentre nelle campagne si moltiplicano i punti luce  per accompagnare il viaggiatore là dove un tempo bastavano gli scecchi e la luna, il lampione di via Petriera ha scelto una strada più sobria: non disturbare.

Potremmo dunque trovarci di fronte a una nuova, sofisticatissima teoria della pubblica illuminazione, fondata sull’alternanza degli opposti: molta luce dove forse non servirebbe e poca, anzi nessuna, proprio dove sarebbe utile. Un equilibrio, in fondo. E come ogni buon equilibrio, difficilissimo da spiegare ma abbastanza facile da riconoscere.

Quanto a me, non posso che apprezzare lo spirito innovativo: almeno quando torno a casa la sera, ho la certezza che il buio del mio ingresso non sia un difetto, ma una precisa scelta paesaggistica.

Silvia Malosio

Si accettano proposte:

Perchè non lanciare un sondaggio popolare su “cosa vorreste illuminare a Ustica”, coinvolgendo abitanti e turisti? Se la vocazione dell’isola è ora turistica, anche loro avrebbero qualcosa da dire. Ci sarà chi risponderà plaudendo al fatto che finalmente le scale di discesa al porto sono illuminate (ed è cosa ottima), e chi si chiede come mai i monumenti storici, punti cospicui dell’isola, che in qualsiasi parte del mondo sarebbero valorizzati, stanno da anni al buio, fuori e dentro.  A che pro offrire di illuminare gratuitamente la “tangenziale”, ma continuare tenere la Torre Spalmatore spenta e il Museo della Rocca Falconiera priva di illuminazione interna?

 

3 risposte

  1. Gent.ma Silvia, ho apprezzato molto il tuo articolo riguardante l’illuminazione di contrada tramontana. L’ironia sottile con cui tu hai trattato l’argomento è un arte leggera che consiste nel dire il contrario di cio’ che si pensa invitando chi ascolta a cogliere la differenza tra l’apparenza e la realtà. L’ironia è un’arte che richiede una certa raffinatezza e sensibilità per essere compresa ed apprezzata. E’ con ironia che invito i cittadini di Ustica a festeggiare ogni anno l’anniversario della illuminazione della strada di Tramontana che proietterà Ustica nel gotha del turismo e dell’ospitalità, quando invece monumenti ,edifici e luoghi di importanza nazionale e sovranazionale rimangono tranquillamente nell’oscurità.

  2. Chi non ha paura di esprimere i propri punti di vista ci mette la faccia e anche la firma.

  3. Cara Ornella, ti ringrazio. L’ironia, però, serve anche per sorridere, se non irridere, delle posizioni più radicali e incoraggiare un dialogo conciliatorio. Da una parte e dall’altra vi sono ragioni. E’ necessario condividerne le priorità.

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