È l’isola!


di Agata Bazzi
Atlante

Ustica si vede da Palermo nei giorni in cui il cielo è di cristallo per il maltempo. Non l’avevo mai notato, né sapevo che con la nave o con l’aliscafo ci si avvicina lentamente, fino a distinguere il centro abitato, bianco e scosceso, e le due montagne, la più alta con l’osservatorio meteorologico, una palla bianca sulla cima. È questa l’unica possibile visione unitaria e completa dell’isola, comunque parziale perché si vede solo un lato. L’altro è come la faccia nascosta della luna. A differenza dell’Isola di Arturo, Ustica non si riesce mai a percepire con il grandangolo o dall’alto. Sbarcare è come entrare in un baule pieno di cose bellissime e piccolissime, senza rapporto l’una con l’altra: l’isola si frantuma in un’infinità di particolari minimi e sorprendenti, nessuno riconducibile a un’unità superiore.

Scoprii subito che l’unità dell’isola era visibile nelle carte, ma non nella percezione. Troppa ricchezza affastellata. Nel baule pieno di cose piccole, ciascuna era una scelta possibile e sensata, vasta la gamma delle possibilità, moltissime le scappatoie. La consapevolezza delle alternative aveva il profumo di una nuova libertà. Su quale scoglio distendermi al mare? I motivi erano tutti buoni (vicino, lontano, piatto, comodo, raggiungibile, ventilato, riparato dal sole, dalle onde…).

 

Avevo partecipato a quel concorso quasi per gioco: “Non mi importa fare il responsabile dell’ufficio tecnico comunale. Io voglio fare il pirata!” Inaspettatamente vinsi e mi toccò di fare il pirata davvero. Arrivai all’isola nei primi giorni di aprile. Faceva ancora freddo, indossavo il cappotto in un luogo preposto al costume da bagno. Dovevo cercare una casa e lavorare lì, cinque giorni alla settimana, diventare parte di un universo minimo e ricchissimo, fare un esperimento di vita in cui la dimensione del movimento era inversamente proporzionale alla curiosità.

 

Se il paesaggio dell’isola è la somma di piccoli dettagli indipendenti l’uno dall’altro, la storia consente invece una visione d’insieme, il suo arco più ampio è tutto presente contemporaneamente, tenuto dalle fisionomie degli isolani. Per un anno ho percorso quel tratto di mare con ogni tempo, e ogni volta immaginavo chi e come avesse percorso lo stesso tragitto prima di me.

Vedevo gli uomini del Neolitico, vestiti di pelli, a cavalcioni su un tronco, con gli occhi fissi su quella sagoma di terra lontana e sconosciuta. Furono i primi abitanti, e costruirono uno straordinario villaggio con le capanne di muri circolari in pietra nera.

E poi i monaci (come navigavano?), e poi i pirati, era facile immaginarli sui loro velieri nascosti nelle grotte, pronti ad assaltare le navi che percorrevano la rotta da Palermo a Napoli.

Nel Settecento i contadini delle Eolie risposero per fame all’avviso dei Borbone: andiamo e colonizziamo, avrete una casa e un lotto di terreno coltivabile (e così debelliamo la pirateria). L’isola fu disegnata a strisce di campi ortogonali alla linea del mare e il paese rapidamente realizzato su un progetto di geometria elementare.

Infine i confinati, per le loro idee strappati alle famiglie ma salvati dalla galera. Con loro arrivarono anche le guardie. L’isola si organizzò – i dormitori, le torrette di controllo, i luoghi di distribuzione del cibo. Anche i confinati diventarono uomini dell’isola, accomunati dallo stesso destino di esseri circondati dal mare, e per questo protetti da un mondo più grande e più difficile.

 

Finita la scuola, mia figlia di dodici anni mi raggiunse. Le raccontai la storia degli uomini dell’isola e cercavamo insieme di riconoscere le provenienze dalle fisionomie: “Quello è un pirata!”, diceva sicura. Oppure: “È una guardia! Un contadino! Un monaco?”. I pirati erano i suoi preferiti.

 

Per me, il narratore di Ustica era Marcello, un pirata certamente. Era il mio più prezioso collaboratore in ufficio. Dandoci rispettosamente del lei mi insegnava il lavoro, mi portava le carte da firmare mentre stavo distesa sugli scogli, parlavamo di teatro, di libri, di figli, riparavamo dalla pioggia i cani dell’isola portandoli nell’archivio del Comune, mi raccontava le storie dei pirati e gli amori degli isolani, mi spiegava come raggiungere le grotte. Ma soprattutto mi dava una chiave di comprensione: la difficoltà di un atto amministrativo, la risposta brusca di un cittadino o la lentezza di un barista, l’incepparsi del computer o della fotocopiatrice, trovavano un’unica convincente spiegazione “È l’isola…”.

 

Lavorare sull’isola significava affrontare i problemi di una comunità con meno di cinquecento persone per undici mesi e di più di tremila per tre settimane. Tutto esplodeva, ingovernabile: spazzatura, illuminazione, trasporti, suolo pubblico, orari di chiusura, traffico… un’apnea da incubo che travolgeva e che improvvisamente finiva, il 24 agosto, festa di San Bartolomeo.

Allora tornava una stagione che non era mai inverno, con il lavoro sugli scogli, il giro dell’isola a piedi seguita dai cani nel pomeriggio, le chiacchiere e la birra in piazza, le serate solitarie e silenziose a leggere sul balcone sotto la luna.

L’esperimento di vita ricominciava a funzionare e le verità nascoste si manifestavano con semplicità. La solitudine dell’isola era bellissima, non nasceva dalla distanza con gli altri – che non c’era – ma dal risuonare interno, intimo, di molte sollecitazioni, piccole e troppo appuntite – e profonde – per poterne distogliere l’attenzione. La solitudine dell’isola era l’affollarsi della coscienza di sé, la dilatazione della consapevolezza, l’emergere di un essenziale solitamente soverchiato dal frastuono della città.

 

Quando, dopo un anno, dissi a Marcello: “Potremmo darci del tu…”, lui capì subito. “Te ne vai.”

La famiglia mi reclamava in città e fu una partenza bagnata di lacrime, mie e dei miei amici pirati, monaci, contadini, confinati e guardie, al traghetto mi accompagnarono tutti.

In realtà fu Marcello ad andare via prima di me, e io non riuscii più a tornare a Ustica.

 

Ci sono tornata l’anno scorso, e ho fatto una scoperta: sull’isola le persone non invecchiano. Erano ancora tutti lì, con le loro fisionomie che portavano con sé un tempo immenso. C’era anche Marcello, lo vedevo ad ogni angolo, ed erano incontri senza dolore. Mia figlia ritrovò venticinquenni gli amici con cui giocava in piazza e il dialogo riprese senza interruzioni. Io ricominciai a essere acutamente consapevole di dettagli meravigliosi.

 

Magia di un luogo, regalo di un anno speciale, ricordo sognato. Ma forse Ustica è come l’Isola di Guccini, la più bella di tutte perché non trovata, incantata come un’idea, come un’utopia o come un pensiero. Un’isola che non prendi mai e che forse non c’è davvero, che si riconosce solo per il profumo.

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