L’ultimo tiro (del) Mancino


Il ricordo di quando ti ho conosciuto, caro “Mancino”

Spesso una barchetta di legno solca quel tratto di mare. La riconosci subito. E’ piccola, non ci sono dubbi, chiunque direbbe: “ma è un guscio di noce! Come fa a reggere, è così minuscola!”.

No. Non è un guscio di noce, ma un mondo.

E’ al tempo stesso contenitore di sapienza e mezzo di trasporto; una membrana tra aria e mare al cui interno non trovi solo esche e attrezzi da pesca, ma una filosofia di vita.

E’ avvolta dal nero, dal rosso, dall’azzurro, dal bianco, colori che si alternano a vestire il fasciame appena sufficiente a contenere una persona.

Non sono messe a caso quelle strisce di vernice o, almeno, non lo sembrano…

Già, perché se il nero nasconde alla vista la chiglia dal fondale e il bianco e l’azzurro celano dentro di sé onde di spuma e l’acqua che si unisce al cielo, cosa nasconderà la riga rossa?

Non ci sono ragionamenti strani da fare, né occorre andare oltre il confine di ragionamenti strani e cervellotici.

Il rosso è la fatica, il sudore che scorre insieme al sangue del pesce che si riversa dopo che l’amo trafigge la speranza, prima ancora che la carne…

Un piccolo uomo vi sale. Monta senza emozioni su questo minuto destriero galleggiante dopo avere saltato di barca in barca per raggiungere la sua, che sta proprio in mezzo alle altre, al centro dell’approdo, a pochi passi dalla spiaggia.

Oggi che non è addossata vicino la murata, ha dovuto chiedere un passaggio a Roberto, che passava con il suo gommone carico di sub, di ritorno da un’immersione vicino a Punta dell’Arpa.

“Cosa vuoi, ogni tanto bisogna fare largo e lasciare spazio alle grandi barche dei forestieri, che hanno bisogno pure loro di attraccare e fare manovra in poca acqua. Qui non c’è porto, a Ustica, è così, ed è un peccato.”

Grandi traghetti, aliscafi e paranze coabitano insieme ai gommoni dei diving, alle barchette della piccola pesca e alle imbarcazioni da diporto: i barchini, quando non sono in secca sulla spiaggia, stanno fianco a fianco l’uno con l’altro, circondati dalle acque della darsena.

Si toccano, si accarezzano e i parabordi evitano il più possibile ammiccamenti troppo… confidenziali.

In queste condizioni è sempre un problema raggiungerli senza bagnarsi: meglio farsi portare da un provvidenziale traghettatore che passa lì vicino.

Si è costruito un mondo, una dimensione tutta sua, silenziosa, serbata intimamente come solo le persone forti sanno fare, anche se, agli occhi dei suoi compaesani, così evidente e manifesta per i modi, riservati e attenti, di mostrarsi e agire.

Non c’è libertà migliore di perdersi nella realtà, rimanendo cosciente, e vivere il presente non come sogno ma come impegno, consapevole di misurare le cose per quello che sono e non per quello che sembrano.

La sua voce è sempre pacata e, benché vigorosa e aspra, non indugia in fraseggi lunghi e fluenti: poche parole servono all’interlocutore e gli devono bastare, soprattutto quando si parla del suo mestiere di pescatore.

In questo caso ne servono ancor meno, perché l’arte e i segreti di chi va per mare per vivere e sostentarsi non vanno svelati ad alcuno, soprattutto se, per carattere o altro, si è scelto di non condividere con nessuno le fatiche giornaliere, preferendo alla compagnia appuntamenti solitari con il mare e il sole incessante, che scolpisce il viso come l’intagliatore il legno.

Gli usticesi, la sua gente, lo sanno e rispettano, anzi ammirano, quest’uomo che naviga la vita con la sua imbarcazione limitata e possente, fragile e sicura al tempo stesso.

Tutti nel paese sono ben consapevoli delle grandi qualità di pescatore e della sua perizia e ne parlano come un grande maestro.

Non domandargli più del dovuto, non cercare di carpire segreti o strappare informazioni cordiali, ti risponderà in maniera sibillina e secca; la sua strada non è la tua strada, le sue onde meritano un solo solco, quello greve e morbido della sua barchetta, dove non c’è posto, né potrebbe esserci, in verità, per altri.

Accenna a un sorriso, non ne fa mancare mai al suo interlocutore, è un modo per accogliere e, al tempo stesso, porre fine a una conversazione troppo cordiale e interessata.

Quel giorno, nel prendere le sue poche cose e portarle sul piccolo natante avvolto dalle strisce colorate, un pensiero risuonò nella sua mente più di una volta.

Come il suo volto e le sue fattezze, aveva visto la sua isola cambiare e trasformarsi, e non solo intimamente, come luogo di vita e dell’anima, custode della sua famiglia e della casa, ma anche nel paesaggio e nel mare.

Ricordava come la piazza fosse prigione a cielo aperto, per tutta la giornata occupata, quasi, dai confinati, che, non potendo andare a zonzo indisturbati, dovevano per forza di cose stare lì in gruppi accomunati dalla provenienza o dalla “fratellanza” mafiosa, e come un certo giorno, tutto svanì.

Al posto dei confinati arrivarono dapprima persone famose, desiderose di colonizzare quello scoglio negletto e farne appuntamento mondano…

Il pensiero andò indietro, abbracciando con la memoria amici e parenti che l’emigrazione aveva, a poco a poco, sradicato da contrade fertili e lussureggianti…

La mente corse fino a trovare il presente, che esibiva il conto anche lui, reclamando opportunità perdute e quel relativo benessere che portavano i turisti, non più numerosi come un tempo.

“Bisogna andare a pescare!”, disse dentro di sé e tagliò corto, sorridendo amaramente, trattando i suoi pensieri come quelle persone che lo avvicinavano con l’ansia di rubare alla sua esperienza l’informazione più importante, cioè il punto esatto dove gettare lenze e reti.

Salvio Foglia

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