Scopriamo il motivo storico per cui Ustica, Lipari, Geraci Siculo e Benevento hanno lo stesso Santo Patrono


Ustica, Lipari, Geraci Siculo ed in Campania. Benevento. Tutte città accomunate dall’avere lo stesso Santo Patrono, San Bartolomeo. Detto anche Bartolo o Natanaele, come è  indicato nel Vangelo secondo Giovanni.

Queste città hanno addirittura un Santo patrono che è stato uno dei dodici apostoli di Gesù Cristo.

E’ un caso che San Bartolo sia protettore di queste quattro Comunità o esiste una motivazione storica?

Per comprendere dobbiamo fare riferimento alla storia post evangelica di questo Santo. E’ stato  martirizzato in Armenia, in quanto morto, scuoiato vivo per difendere la sua Fede. Le sue spoglie erano inizialmente custodite in quella terra lontana, sita nel Caucaso e pertanto al confine tra Asia ed Europa. Qui erano oggetto di grande venerazione.

Intorno al 264 (ovviamente dopo Cristo) le popolazioni pagane, che in quel territorio avevano la prevalenza, mal gradivano la convivenza con queste sacre reliquie.

La vicenda  che andiamo a descrivere verrà però narrata successivamente dagli storici del IX secolo come Giuseppe l’Innografo ma stessa versione è fornita da Teodoro Studita, Niceta Pafiagone e Anastasio Bibliotecario. Secondo questi autori  il Sarcofago con le spoglie del Santo viene gettato in mare dagli infedeli, unitamente a quelle di altri quattro Santi martiri. Almeno questo dicono i testi. Mi si fa notare però che l’Armenia non ha sbocchi a mare. Inoltre sembra che la religione di quel paese sia dal  301 il Cristianesimo.

Sta di fatto che, secondo le citate fonti storiche, il viaggio della reliquia in mare è lungo e di per sé miracoloso, poiché essa si arena, dopo un percorso di circa 1.800 miglia marine, sulla spiaggia di Portinenti, a Lipari. Qui è il vescovo Agatone a riconoscerne la natura  e di questo ritrovamento e di questo ne resta traccia nella chiesa intitolata a sant’Agatone sulla cui facciata è riportata la data per l’arrivo delle spoglie di San Bartolomeo sull’isola:13 febbraio 264.

Il Martire san Bartolo diviene così patrono di Lipari. Successivamente il Vescovo Agatone sarà, per altre ragioni, anch’egli martire e Santo.

Non si poteva prevedere però che, nei secoli successivi i Saraceni, giungessero in Sicilia e che le spoglie del povero San Bartolo tornassero ad essere in pericolo. Nel 838 i Saraceni attaccano Lipari e la loro attenzione è subito rivolta al Monastero con le Sacre reliquie. Le trovano e, con scarsa immaginazione, le buttano a mare!

Secondo quanto scrive il vescovo di Narbonne, una città dei Pirenei, ma esule a Benevento, il Santo Apostolo appare in sogno ai monaci che erano stati suoi custodi, invitandoli ad andare di notte a raccogliere l’urna: “ la riconoscerete  poiché brillerà come le stelle”.

Ad evitare ulteriori problemi, le spoglie subiscono numerosi trasferimenti. Nel 410 le reliquie vennero portate al cospetto di quello che diventerà San Maruthas o Marutha, un monaco siriano che divenne vescovo di Maypherkat in Mesopotamia. In questa città in quel periodo giunsero tante di quelle reliquie  che venne anche  chiamata Martiropoli(Città dei Martiri) .

Nel 507 l’Imperatore Anastasio trasferì i santi resti a Darae, in Mesopotamia. Nel 546 ritornarono a Lipari. Venuto a conoscenza del recupero il duca Longobardo di Benevento, Sicardo,  siamo nell’800, invia una nave per trasportare i resti di san Bartolo a Benevento.

Il Vescovo del luogo, però, dopo avere accolto nel capoluogo campano, i resti di  San Bartolo, non dimenticando le sue origini francesi, invia ad alcune Chiese dei nostri cugini d’oltralpe piccoli frammenti del corpo di san Bartolo.

Sembra però che in quel millennio i potenti della terra non avessero altri pensieri che impossessarsi  delle spoglie di Natanaele.

Così nel 999 re Ottone III muove le sue truppe contro Benevento per trasportare le reliquie a Roma.  Il suo esercito però viene colpito dalla pestilenza e Ottone III dovette  inizialmente desistere dal suo progetto.

Almeno gran parte delle reliquie  del Santo pertanto ancor oggi sono custodite a Benevento e la città lo elegge suo Santo Patrono.

Dobbiamo ora affrontare il tema riguardante il terzo comune, quello madonita: Geraci Siculo.

Ad illuminarmi sull’argomento , la conoscenza, catalizzata dai geracesi D.O.C. Franco e Piero Scancarello, dell’architetto Giuseppe Antista.

I rapporti tra San Bartolo e Geraci Siculo sono relativamente recenti. Siamo in epoca normanna e la vicenda vede comunque l’influenza (inimmaginabile) che il Vescovo di Lipari aveva nelle Madone. In quel periodo infatti Lipari-Patti e Geraci siculo rientravano in unico vescovado.

Ne trovo notizia nel Volume dell’architetto Giuseppe Antista “Architettura ed arte a Geraci XI-XVI Secolo” . Nel 1.100 i Craon, che detenevano anche il titolo di conti Yscle Maioris (Ischia Maggiore!), si insediarono nelle Madonie. Volendo rendere più compatto il vasto territorio di pertinenza attorno al borgo abitato di Geraci,  nel 1105 Ugo di Craon permutò alcuni beni con l’abate di Lipari, Ambro

È presumibile, afferma Antista, che da questi stretti rapporti economici e culturali, che si protrarranno anche nei secoli successivi tra i signori di Geraci e la chiesa di Lipari (ribadiamo congiunta con Patti in un unico vescovato), tragga origine il culto di San Bartolomeo, venerato patrono di Geraci. Inoltre, conclude Antista, è stato ipotizzato che la sua reliquia, fosse un tempo custodita nel pregiato reliquiario trecentesco della chiesa Madre di Geraci e che vi sia giunta proprio tramite i vescovi di Lipari-Patti.

San Bartolo giunge nel quarto ed ultimo comune  ad Ustica molto più tardi. Siamo nel 1748 quando  il re borbonico  Carlo III , per rendere sicura dalle incursioni dei pirati, la navigazione tra Napoli e Palermo, decise di colonizzare l’isola, affidando ad Andrea Pigonati e Giuseppe Valenzuela. L’isola panormita doveva essere tenuta in grande considerazione stante la levatura di questi architetti.  Il Re affidò loro l’incarico di progettare il sistema di fortificazioni. Il piccolo centro urbano e  strade che però fossero utili alla colonizzazione contadina.

Essendo Ustica in quel periodo un’isola di fatto non abitata, al fine di popolarla viene pubblicato un bando per affidare in enfiteusi le terre usticesi a chi avesse voglia di vivere sull’isola. In massima parte a rispondere alla regia chiamata furono cittadini eoliani che pensarono bene di portare con loro il santo protettore: san Bartolo.

In realtà in un primo momento i borboni provarono a suggerire quale patrono un altro nominativo: San Ferdinando re, terziario Francescano, al quale è dedicata la chiesa Madre di Ustica e che riuscì ad essere in origine il protettore dell’isola .

Veniamo alla storia contemporanea.

sindaco di Ustica in carica dal 2003 al 2013, amo Ustica quanto Geraci Siculo e ritengo meritevole la valorizzazione  questa esperienza storica

Ottengo, siamo nell’aprile del 2012, dalla curia Lipariota di avere affidata l’urna(del 1600!!) con la preziosa falange del Santo. Per ritirarla mi reco a Lipari con l’amico Giuseppe Caminita e con Bartola Martello.La nostra guida spirituale fu  il parroco di Ustica dell’epoca: padre Andres Martinez

E’ nota l’evoluzione dei rapporti tra Giuseppe e Bartola, meno noto il fatto che la moglie di Renato Mancuso (in quel periodo avevamo raggiunto un buon rapporto personale che si è poi mantenuto) per questo mi diede del “Ruffiano”.  Preferisco pensare al miracolo dell’amore operato da San Bartolo.

La preziosa urna fu portata in pellegrinaggio ad Ustica (nella casa di ogni persona sofferente) a Geraci Siculo ed infine a Lipari.

I Sindaci dei tre Comuni, oltre me, Mariano Bruno di Lipari e Bartolo Vienna (ancora in carica) di Geraci hanno partecipato alle funzioni religiose all’uopo organizzate nelle chiese ed alle relative, affollate, processioni.

Possiamo osservare nella Vita di san Bartolo un risvolto sociologico che riguardi la popolazione di Ustica?

I Vangeli ci insegnano che San Bartolomeo fosse inizialmente molto scettico sulla figura di Cristo e che affermasse «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?».Bartolomeo incontrò Cristo, e quanto il Nazareno gli disse fu sufficiente a fargli cambiare idea. Gesù ebbe a dire: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».

Si dice che i figliocci( e gli usticesi possono essere considerati figliocci di san Bartolo) somiglino ai padrini.

Ed è vero.

In realtà gli usticesi, quelli veri, sono come San Bartolo.

Molto scettici all’inizio (“ci vogliono sette sarmi di sale per conoscere un uomo”) se ti valutano positivamente ti danno fiducia, ti seguono sino in fondo.

Con le dovute eccezioni che confermano la regola.

Aldo Messina

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Dr Aldo Messina
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