Cicala di mare – specie protetta

Cicala di mare

Presenza di specie aliene ad Ustica


[ id=18984 w=320 h=240 float=left] Ci dispiace deludere coloro i quali si fossero rallegrati all’idea di incontrare ad Ustica bizzarri omini verdi provenienti dallo spazio siderale, dato che le specie aliene in questione appartengono al nostro pianeta Terra. Qui il riscaldamento globale, e l’intensificazione del traffico internazionale, soprattutto aereo e marittimo, hanno portato infatti un numero sempre crescente di specie aliene, di cui 10.000 presenti solo in Europa, con un’alta concentrazione nei nostri habitat del Mediterraneo.

Il 17 agosto i numerosi presenti, piuttosto incuriositi dalla tematica affrontata al Centro Accoglienza di Ustica dal Dottor Dino Perri e dalla Dottoressa Frine Cardone del Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari, hanno appreso come ci sarebbe effettivamente da dire che “gli alieni sono già tra noi”.

Intenzionalmente o involontariamente, direttamente o indirettamente l’autore di tali trasferimenti è l’uomo, che ha abbattuto barriere naturali, quali montagne, fiumi, oceani e deserti , e che ne ha creato di artificiali, ponendo le condizioni ideali per far letteralmente viaggiare le specie animali e vegetali attorno al globo. Grazie anche alle favorevoli condizioni climatiche l’Italia è uno dei paesi Europei maggiormente colpiti, con la presenza di più di 2.000 specie, di cui 172 marine. Causa ne sono prevalentemente i trasporti marittimi intercontinentali, che, grazie al canale di Suez e allo Stretto di Gibilterra veicolano nel Mediterraneo specie esotiche, “caricate” nelle stive delle navi da carico dal galleggiamento molto basso, che necessitano di riempirsi d’acqua una volta rilasciato il carico, e di svuotarsi una volta giunte a destinazione, per accoglierne un altro, e cioè il cosiddetto “ballast water cycle”, già noto ai Vichinghi che lo effettuavano con i sassi (“ballast stones”). Altro modo col quale si trasportano gli “alieni” è quello del “marine fouling”(insudiciamento), causato dagli organismi che si attaccano alla chiglia delle navi.

Col primo sistema, per esempio, si è verificata una vera invasione di meduse del tipo “ Ctenoforo” (medusa con i pettini) nel Mar Nero, trasportate con le acque di zavorra di navi provenienti dalla costa atlantica americana, si sono diffuse ad un ritmo tanto drammatico, non essendo presente il loro predatore, da causare la perdita di 150.000 posti di lavoro nell’ indotto della pesca . La “rhopilema nomadica”, altamente urticante, è entrata dal canale di Suez negli anni 70 e si è spostata lungo il versante sud del Mediterraneo. Questi sono solo pochi tra i  tanti casi di tropicalizzazione dei nostri habitat cui stiamo assistendo negli ultimi decenni.

Talvolta la specie alloctona pratica il cosiddetto “omicidio senza omicida”, come è avvenuto in Italia per la vongola verace, la “dreissena polymorpha” soppiantata dalla “venerupis philippinarum “ introdotta volontariamente dall’uomo per incrementarne la produzione a fini economici.

La degradazione degli habitat nella parte nord-orientale delle lagune del Mediterraneo, avvenuta con acquacoltura, orticoltura, viti-coltura, con la presenza di acquari o dei substrati artificiali dei porti, ha imposto ad alcune specie di adattarsi al nuovo ambiente, sfavorendo invece le specie autoctone. Menzioniamo il pesce rosso, spesso abbandonato nei corsi d’acqua dolce, o il “Gambusia affinis”, volontariamente introdotto nei bacini idrici interni del Nord Italia per eliminare le larve delle zanzare e meglio conosciuto col nome inglese di “mosquitofish”.

Le lagune con ambienti più destabilizzati sono quelle di Venezia e Taranto, anche perché è proprio negli ambienti marini che si verifica una minore o maggiore capacità di resistenza. Questo è ciò che è accaduto ad Ustica, dove le 14 “specie aliene” rinvenute finora dagli anni ‘80 hanno attecchito con scarso successo, poiché le isole hanno il privilegio di “resistere agli attacchi alieni”, grazie al loro “isolamento”, al poco disturbo, al poco inquinamento, ad un habitat più integro, al fatto di non avere attracchi extramediterranei , all’assenza di acquari (dove avviene un’alta concentrazione di specie più resistenti) e di lagune.

L’introduzione di specie alloctone è divenuta una delle principali emergenze ambientali che allarma la comunità scientifica internazionale, perché seconda causa di perdita di biodiversità, dopo la degradazione degli habitat.

Normalmente le specie non si adattano al nuovo ambiente e si estinguono, ma altre volte, fortunatamente in meno che nell’ 1% dei casi, riescono a sopravvivere e a riprodursi ed insediarsi, con gravi danni agli ecosistemi e all’ ecologia locale, nonché alla salute umana, e con un’incidenza del 10% anche sul piano economico.

Infatti citiamo ad esempio il “lagocephalus sceleratus”( il nome la dice lunga) meglio noto come “pesce-palla giapponese” che produce una tossina mortale per l’uomo, ed è arrivato fino a Cipro, causando diversi casi di decessi, ed anche il granchio rosso reale gigante(un predatore che può raggiungere 1,50 m di larghezza e 10 kg di peso), originario del nord Pacifico e volontariamente introdotto al fine di incrementare la pesca nel nord Atlantico, che non ha predatori, ad eccezione…dell’uomo.

Di natura sicuramente diversa sono i piccoli granchi della specie “percnon gibbesi”, alieni ad Ustica, già avvistati tra i sassi del “Corrugio”, finora innocui, almeno fin quando non recheranno danno all’ecosistema in cui si sono insediati, cioè quando diverranno predatori in numero maggiore rispetto alle loro prede.

Nel novero di specie aliene, vanno inseriti anche vari tipi di parassiti della Posidonia, come l’ “asparagopsis armata” o i diversi tipi di alga rossa che invadono e prendono il sopravvento su intere praterie, anche fino a 70 m di profondità, ma anche tante specie non marine. Pensiamo al pappagallo ara proveniente dall’America meridionale e ormai largamente diffuso in Italia, che si è perfettamente integrato nell’ecosistema ed è ormai stanziale nei parchi di Roma e Molfetta.

E che dire del non meno pittoresco punteruolo rosso, giunto fino a noi senza il suo predatore naturale, e pertanto causa di effetti ambientali, paesaggistici, economici deleteri su larga scala?

Sarebbe saggio non intaccare i processi biologici, conservare l’habitat al fine d preservare l’intero ecosistema, nel quale l’uomo dovrebbe essere ininfluente, ed invece è la principale causa di degradazione ambientale.

Franco Foresta Martin, brevemente intervenuto, prova a solleticare ulteriormente la nostra immaginazione, perché in realtà, siamo proprio certi che l’attuale ecosistema marino di Ustica sia sempre stato quello attuale? Esaminando l’aspetto geologico dei rilievi effettuati nella zona costiera di Via della Mezzaluna, si nota un insieme di lapilli e cristalli chiarissimi di silicio, misti a frammenti di gusci calcarei( gasteropodi e molluschi), quali il “brachidonte puniceus”, lo “strombus bubonius”, il “conius testudinarius”, originari del Senegal…

All’incontro è intervenuto Giuseppe Di Carlo, Direttore dell’Area Marina Protetta di Ustica, in carica dal 18 giugno 2013, il quale ricorda quanto sia necessario coinvolgere i cittadini nella conservazione dell’ambiente, rendendoli consapevoli iniziando dalla sua fruizione, effettuata ad Ustica attraverso attività di sea watching. Si ripromette di ripristinare l’Acquario, e di promuovere incontri con esperti dell’ambiente marino.

Tutti dovremmo essere custodi dell’ecosistema in cui viviamo. Allo scopo ci vengono in aiuto il progetto “Citizen Science”, che ci chiama ad essere i protagonisti nella salvaguardia del nostro ambiente, e la piattaforma virtuale sulla biodiversità “Life Watch”, in cui confluiscono le informazioni di tutti gli osservatori ed i centri di ricerca mondiali, e che chiunque può contribuire ad arricchire con le sue segnalazioni in caso di “nuovi avvistamenti”.

Antonella Carrubba

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Tutti sembrano concordi nel ritenere la stupidità
il virus più pericoloso per la specie umana,
ma nessuno vuole spendere una lira per contribuire a
scoprire il vaccino, forse è un virus che fa comodo.

Carl William Brown