Cari concittadini, amici, usticesi,
Vi scrivo con la mente lucida di chi testimonia da tempo una deriva inesorabile, ma ancor di più con l’affetto profondo che la mia veneranda età porta con sé. Vi voglio bene, ed è per questo che soffro nel vedere la nostra isola scivolare in un sonno sempre più profondo. Questo rischia di essere uno dei miei ultimi appelli. Persino i miei storici Amici e collaboratori, persone che per anni hanno speso energie per dare voce alle battaglie di questo scoglio, oggi gettano la spugna. Mi hanno detto chiaramente che “non vale più la pena esporsi”, stanchi di sprecare parole per una comunità che ora avvertono come apatica e indifferente.
È questo il segnale più drammatico: quando anche chi ha sempre lottato si arrende davanti a un muro di rassegnazione. Mentre tutto crolla, ognuno si chiude nel proprio “io”, badando solo al piccolo momentaneo tornaconto immediato. Non capiamo che se l’isola affonda, andiamo a picco tutti.
Dobbiamo dircelo chiaramente: un isolano non è un cittadino come gli altri. Chi vive sulla terraferma dà per scontato ciò che per noi rappresenta una conquista quotidiana. Un usticese, oggi, è privato del diritto fondamentale di programmare il proprio futuro. Tutto – dalla salute alla spesa, dallo studio allo sport, fino al lavoro e agli affetti – dipende esclusivamente dal filo sottile dei collegamenti marittimi.
Siamo ostaggi di una flotta di mezzi obsoleti e usurati. I continui disservizi, sebbene ufficialmente attribuiti a “condizioni meteo-marine avverse”, riflettono spesso una scelta prudenziale dei comandanti che – sino a prova contraria – consideriamo professionisti bravi e preparati. Questi, conoscendo i limiti strutturali e la scarsa affidabilità dei mezzi a disposizione, e dovendo affrontare una tratta lunga e difficile che risente pesantemente dei venti del secondo quadrante, chi è al timone decide comprensibilmente di non navigare per garantire la massima sicurezza dei passeggeri.
È qui che si consuma il paradosso più inaccettabile: il costo del biglietto aumenta costantemente a fronte di una flotta ormai da museo. Paghiamo tariffe spropositate, continuamente ritoccate al rialzo, per salire su mezzi logori che finiscono regolarmente per andare in avaria, lasciandoci a terra.
La sospensione improvvisa delle corse causa disagi inenarrabili: merci che marciscono, coincidenze e visite mediche saltate a Palermo e altrove, studenti bloccati. Questa precarietà sta distruggendo la nostra economia. La gente è sfinita, svuotata della voglia di lottare, e la prova più evidente è sotto gli occhi di tutti: l’isola si sta svuotando. Sempre più persone mettono in vendita case e attività. Stiamo svendendo Ustica perché abbiamo perso la speranza, rinunciando così a quel prezioso patrimonio di cultura e storia che custodisce la nostra identità. Il danno più imperdonabile, però, lo stiamo arrecando ai nostri giovani: li stiamo condannando a un futuro fortemente compromesso, costringendoli a fuggire da un territorio privo di prospettive lavorative, di spazi per lo sport e di un centro di aggregazione dove poter studiare e crescere insieme
Davanti a un simile disastro, la sordità delle istituzioni e delle compagnie fa male; ma ciò che ferisce davvero è il vostro complice, strano silenzio, interrotto solo da lamentele sommesse. Questa apatia da stanchezza è il segnale di un malessere profondo che non va ignorato. Oggi ci siamo ridotti a un sommesso e sterile piagnisteo da bar, dove ognuno spera che i problemi li risolva il prossimo.
Il fondamento del nostro diritto risiede nel riformato articolo 119 della Costituzione, che riconosce la peculiarità delle isole e l’obbligo di rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità. Su questo si fonda la nostra richiesta di una vera continuità territoriale. Per chi vive in un’isola minore, i collegamenti marittimi rappresentano una linfa vitale non negoziabile. Non stiamo chiedendo un privilegio o una concessionaria benevola, ma il rispetto di un diritto fondamentale alla continuità territoriale. Questa necessità diventa ancora più urgente oggi, alla luce della maxi-gara unica e della consultazione di mercato avviata dalla Regione Siciliana per riorganizzare l’intero sistema dei trasporti marittimi. Si tratta di uno snodo cruciale per il nostro futuro, che deve tradursi concretamente nell’arrivo di navi moderne e nell’attivazione di linee finalmente efficienti.
Per affrontare questa emergenza, chiediamo con forza al Presidente Strafalaci la convocazione di un Consiglio Comunale straordinario incentrato esclusivamente sul tema della mobilità. È fondamentale che la discussione avvenga con la partecipazione attiva della cittadinanza e con la presenza fisica in aula di tutti i consiglieri e del Segretario Comunale, superando una volta per tutte la modalità da remoto. Le comunità isolane sono stanche delle illusioni e dei soliti politici che si ricordano dei residenti solo
durante le campagne elettorali, dispensando promesse destinate a svanire al primo cambio di vento. Oggi non c’è più spazio per i rinvii: pretendiamo risposte concrete, trasparenza e impegni immediati.
Rivolgo un formale appello al Sindaco e all’Amministrazione Comunale, affinché assumano con fermezza il ruolo di massima tutela che la legge e i cittadini hanno loro conferito. Chi indossa la fascia tricolore non rappresenta solo un’istituzione, ma si fa carico della dignità di un popolo.
C’è stato un tempo in cui Ustica sapeva gridare, quando l’intera cittadinanza si stringeva compatta attorno al proprio Sindaco, seguendo la fascia tricolore in piazza e nei porti per far valere i propri diritti. I primi cittadini del passato hanno saputo guidare la comunità con azioni concrete e incisive.
Oggi è indispensabile che questa amministrazione superi le semplici interlocuzioni formali e adotti una linea d’azione determinata e trasparente, ponendosi in prima linea per risolvere l’emergenza trasporti prima che il declino diventi irreversibile
“Lamentarsi senza fare fronte comune significa rassegnarsi alla fine di Ustica. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio, metterci la faccia e farci sentire dalle Istituzioni, dai giornali e TV . Se non difendiamo noi la nostra terra, non lo farà nessuno al posto nostro.”
Svegliati, Ustica, prima che sia troppo tardi.
Ustica, 21-10-2026
Pietro Bertucci















3 risposte
Condivido pienamente quanto scritto, mi ricordo le battaglie fatte dalla popolazione usticese per i propri diritti e in modo particolare la richiesta di avere mezzi idonei, sia veloci che la nave, per garantire la continuità territoriale con tutto quello che comporta. Purtroppo niente è cambiato i prezzi del trasporto aumentati al massimo e i mezzi vecchi che molte volte rimangono fermi perché non idonei ad affrontare “un po di mare. “. Un saluto affettuoso per tutti
Gli usticesi sono chiamati ad mobilitazione, pacifica, ma determinata, per non morire di rassegnazione. In quanti risponderanno?
Per conto di Sergio Fisco
In risposta a “Svegliati, Ustica: l’ultimo appello contro la rassegnazione e l’isolamento”
Riconosco di appartenere al gruppo degli storici amici e collaboratori che negli anni si sono spesi offrendo la testimonianza del proprio impegno su UsticaSAPE per manifestare, sempre con stringente coerenza ai fatti, il proprio pensiero sugli annosi problemi di cui ha sofferto e soffre Ustica e di essersi adesso, una volta per tutte, convinto della mortificante vanità di quell’impegno. Ciò che ho scritto nel passato lo rivendico per gli obiettivi che si prefiggeva e definirlo oggi opera vana è una condizione che mi dà tristezza ma che scopro essere sostenuta da anni di mancate reazioni non soltanto da parte delle Amministrazioni che si sono succedute ma e soprattutto dalla popolazione, un tempo vigile e reattiva sotto la guida di una fascia tricolore, oggi supina e tollerante di fronte ad ogni forma di carenza gestionale della cosa pubblica frutto di circostanze diverse ma la valutazione delle cui cause meriterebbe una attenta e approfondita analisi.
Di questo “ultimo appello” di Pietro ho colto il senso di profonda amarezza; le sue parole evidenziano la drammatica presa di coscienza della perniciosa apatia usticese nei confronti del proprio stato presente e ancor più futuro; è la fotografia di una condizione sociale che non sembra potersi scuotere dalla colpevole tolleranza della evidente difficoltà amministrativa complessiva di agire con la necessaria fermezza e lungimirante tempestività sugli interessi collettivi. Ne sono un vivido esempio, aldilà del colossale problema dei trasporti, le carenze gestionali di diversa entità presenti sull’isola frutto tutte di una visione organizzativa decisamente migliorabile che affligge ma che continuerà ad affliggere gli Usticesi cui auspico una nuova e diversa capacità di valutazione oggettiva della propria realtà e la rinnovata voglia razionale di reagire alle difficoltà non limitandosi alla salvaguardia dei propri piccoli e particolari interessi ma con una visione ampia e responsabile del proprio futuro.
Sergio Fisco