Rompiamo la complicità del silenzio: riprendiamoci il futuro di Ustica
Ho letto attentamente la lettera aperta dell’altro giorno, “Svegliati, Ustica: l’ultimo appello contro la rassegnazione e l’isolamento”: ha toccato la mia sensibilità e non mi sento di tacere.
Mezzi vetusti e forse privi di adeguata manutenzione impiegati sulla nostra tratta causano disagi costanti e rincari ingiustificati. Chi amministra e chi decide deve ascoltare chi l’isola la vive ogni giorno
Vedo i miei concittadini subire ogni torto in silenzio, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ma se non gridiamo noi per la nostra terra, se non riusciamo a rompere la complicità della rassegnazione, chi lo sarà per noi?
Ho studiato per quanto i miei genitori siano riusciti a offrirmi, poi la mia scuola è stata la zappa, che mi ha insegnato una regola fondamentale: se getti il seme e poi te ne freghi o te lo lasci rubare, non raccogli nulla. A guardare Ustica oggi mi si stringe il cuore. Non è solo per i traghetti fatiscenti, ma per la rassegnazione che ci è entrata nelle ossa. Siamo diventati ombre, fantasmi che camminano a testa bassa. Saliamo su vecchie carrette che, appena si alza un filo di vento, restano al molo. Si pagano biglietti d’oro e stiamo zitti. Facciamo la fila, brontoliamo sottovoce col vicino per paura di farci sentire e poi saliamo a bordo come pecore al macello, accettando l’ennesimo disguido, disaggio.
Ma come ci siamo ridotti? Quando ci siamo fatti togliere la dignità? Questa non è pace, è resa. Alla politica fa comodo vederci così: buoni, silenziosi, innocui e soprattutto divisi. Quando ero in Consiglio comunale — e anche quelli prima di me — le cose non andavano così. Se c’era un problema si faceva baccano, si sbattevano i pugni sulle scrivanie finché a Palermo e a Roma, nelle giuste sedi, non ci ascoltavano. Io la voce l’ho sempre spesa, anche a costo di passare per il rompiscatole di turno. Oggi invece vedo un’isola che dorme, un Comune che sonnecchia e una popolazione indifferente abituata al peggio.
Io a morire in silenzio non ci sto. Dobbiamo svegliarci da questo torpore! Chi ci amministra deve tirare fuori gli attributi e difendere il nostro diritto a vivere qui. Altrimenti, l’alternativa sarà l’abbandono totale dell’isola, soprattutto da parte dei giovani, trasformando Ustica solo in uno scoglio per vecchi.
Lo Stato e la Regione devono capire che Ustica non è un posto da dimenticare in mezzo al mare, da servire con navi da scarto.
Sarò pure un contadino con le mani ruvide, ma la lingua ce l’ho ancora dritta e il fiato per urlare non mi manca. Se avete paura o vi siete stancati di lottare, griderò io per tutti. Però svegliatevi, perché a stare sempre a testa bassa non ci rimarrà altro che piangere. Ustica non chiede privilegi: chiede dignità, sicurezza e rispetto. E finché avrò voce, continuerò a dirlo anche per tutti quelli che oggi riescono soltanto a sussurrare.
Giovanni Palmisano


Da tanto tempo non scrivo più su Ustica sape, non pubblico immagini e non racconto soprattutto riconoscimenti e gratificazioni che mi giungono dal mondo nel raccontare Ustica.




Proverbio siciliano – “Cu di sceccu ni fa mulu u primu cauciu è so!














