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Da Giuseppe Giuffria riceviamo e pubblichiamo – Sangiuliano, tra l’«ideologia italiana» di Gramsci e l’anticomunismo


(La Verità, Il Foglio)
di ALESSANDRO TROCINO

Gennaro Sangiuliano da tempo si è messo in testa, forte anche del ruolo che gli è stato attribuito, quello di ministro della Cultura, di sostenere con forza l’esistenza di una cultura di destra da contrapporre a quella di sinistra. L’eterno, e un po’ stucchevole, tema dell’egemonia culturale e della sudditanza psicologica, che talvolta sfocia in un vittimismo fuori tempo massimo (essendo ormai la destra al governo del Paese e delle istituzioni) e talvolta finisce fuori strada, per eccesso di agonismo.

Due giorni fa il ministro ha scritto una lettera al Corriere della Sera, nella quale arruola Antonio Gramsci nella corrente della «ideologia italiana», sorta di tentativo sincretico di creare un albo bipartisan, dove convivono il pensatore marxista con Giuseppe Prezzolini e Benedetto Croce, perché «la cultura, quando è alta, è per sua natura dialogante e crea una dialettica delle idee». E ancora: «Gramsci corregge il marxismo classico e lo apre al popolo-nazione e soprattutto al valore della storia valutata secondo la “coscienza contemporanea”, riconoscendo lo storicismo di Croce». Infine, spiega Sangiuliano che «certo, Gramsci fu il fondatore del Partito Comunista. Peraltro, secondo gli studi del professor Franco Lo Piparo, egli fu perseguitato dal fascismo e isolato dai suoi compagni». Si può aggiungere, forse non nella stessa misura.

Sangiuliano aveva già annunciato tempo fa l’intenzione di organizzare una mostra su Gramsci e ora ha anche aderito all’appello per dedicargli una targa nella clinica di Roma Quisisana, dove l’intellettuale perseguitato dal fascismo morì (proposta già avanzata dal Pd nel 2017, e respinta dalla clinica, poi rilanciata dall’assessore dem alla Cultura di Roma Miguel Gotor e infine dal manifesto, insieme all’ex docente Fabio Fabbri).

A rispondergli ci pensa non la sinistra indignata per lo «scippo», ma la destra offesa per il nuovo arrivato, l’ideatore della teoria dell’egemonia culturale, considerato un intruso (a sua insaputa). Marcello Veneziani, uno dei pochi intellettuali di destra consacrati, scrive sulla Verità un articolo nel quale riconosce «la forza del suo pensiero, la coerenza della sua scelta, l’importanza che ha avuto nella cultura del nostro Paese e per il carcere patito». Ma poi respinge al mittente il tentativo di arruolamento con un secco: «Gramsci? No grazie».

Spiega che quella di un Gramsci liberale è «una leggenda, una teoria falsa e pure offensiva». E a proposito di «ideologia nazionale», sostiene che il pensatore marxista l’abbia sostanzialmente distrutta: «Sant’Antonio Gramsci, come lo definì ironicamente Rosario Romeo, demolì la tradizione nazionale, religiosa e civile, letteraria e culturale italiana, sulla base del suo canone ideologico, esaltando al suo confronto quella russa. Liquidò Dante come un reazionario…Sbrigò Petrarca come “un intellettuale della reazione antiborghese”… Per Gramsci l’umanesimo “fu un fatto reazionario della cultura”. Considerò Foscolo autore retorico, “esaltatore delle glorie letterarie e artistiche del passato” e inchiodò Leopardi al “calligrafismo”… A Manzoni Gramsci rimproverò di prendere in giro gli umili: “Il popolo nel Manzoni nella sua totalità è bassamente animalesco”. Mentre Tolstoj è per Gramsci evangelicamente vicino al popolo, il cristianesimo di Manzoni “ondeggia tra un aristocraticismo giansenistico e un paternalismo popolaresco gesuitico”…Mazzini è animato da “un mito puramente verbale e cartaceo, retorico, fondato sul passato”, Carducci è salvato solo per il suo Inno a Satana, a Pascoli rimprovera ancora la retorica e “la bruttezza di molti componimenti” e “la falsa ingenuità che diventa vera puerilità”. D’Annunzio “è stato l’ultimo accesso di malattia del popolo italiano”». E ancora strali su Verga, Soffici, Ungaretti, Montale, Papini, Prezzolini, i Vociani, Malaparte…

Veneziani, implacabile, anche troppo, spiega che Gramsci fu «nemico della libertà, della civiltà e dell’identità culturale e civile italiana». E che «non si oppose alla violenza e alla dittatura, ma distinse una violenza e una dittatura regressive che identificava nel fascismo a una violenza e una dittatura progressive che identificava nel comunismo e nella rivoluzione russa di Lenin. La prima era da combattere, la seconda da sostenere».

Parole che vengono in mente quando Sangiuliano, a un giorno dalla lettera al Corriere in cui sparge parole lusinghiere sul fondatore e segretario del Pci, risponde ai cronisti che lo incalzano. Uno gli chiede: «Si sente un po’ antifascista, a differenza del presidente del Senato, Ignazio La Russa?». Il ministro replica pronto: «E lei? Si sente anticomunista?». Anzi, già che c’è, la domanda la pone ai cronisti presenti, sottraendo il microfono e improvvisando una sorta di sondaggio al volo.

Prima spiega: «Se aveste solo un minimo di memoria storica, ricorderete che ho partecipato di recente ad una trasmissione televisiva, Piazza Italia, dove ho detto che avrei partecipato alla resistenza con le Brigate di Edgardo Sogno o anche in quelle Mazzini». La piazza era Pulita, non Italia, ma la parola Italia, insieme a nazione, è tra le più amate e usate dal ministro. Quanto a Edgardo Sogno, non è forse l’esempio migliore, visto che Sogno è stato un partigiano monarchico e poi fu coinvolto nelle accuse, in parte ammesse, di essere pronto a un «golpe bianco» contro i comunisti.

Sangiuliano aggiunge che «il Parlamento europeo, nel 2019, ha approvato una mozione, votata da anche da una parte del Pd, in cui si dice che il comunismo è uguale al nazismo». Poi il ministro rivolge la domanda agli incolpevoli cronisti. Che rispondono, confermando di essere anticomunisti, anche se non erano tenuti a farlo. Il comunismo sovietico, e non solo, è noto e riconosciuto ormai da tutti, ha prodotto dittature feroci e inaccettabili, ma i cronisti che c’entrano? Quando si rivolge a un esponente del governo quella domanda — a cui né la premier né La Russa amano rispondere —, lo si fa perché la Costituzione nasce antifascista, non a caso, visto che l’Italia arrivava da un ventennio fascista. E la si fa a un ministro, perché giura sulla Costituzione, e perché è un ministro di Fratelli d’Italia, partito nuovo ma erede del neofascismo del Movimento sociale. E dunque è una domanda sensata e ragionevole, alla quale un ministro non dovrebbe avere problemi a rispondere, senza buttarla sull’anticomunismo e senza chiedere patenti politiche ai cronisti (come si faceva, in effetti, un tempo). Peraltro, in Italia abbiamo avuto solo il fascismo, non il comunismo, e quello che c’è stato da noi, il Pci di Enrico Berlinguer, ha contribuito – tra mille contraddizioni e ambiguità- a porre le basi della Costituzione e della Repubblica democratica che abbiamo ereditato. Se poi chi chiede attestati di anticomunismo è lo stesso che ha appena arruolato il marxista-leninista Gramsci, sostenitore come dice Veneziani di «una violenza e una dittatura progressiva», allora la questione si ingarbuglia.

Qualcuno è stufo di quello che Silvio Berlusconi degli inizi chiamerebbe «un teatrino». Il tentativo del «simpatico ministro», come scrive Giuliano Ferrara sul Foglio, di uscire vincente nella battaglia del dominio culturale è «deprimente agli occhi di chiunque consideri prioritario per il nostro Paese non una dialettica tra presunte egemonie di destra e di sinistra (al momento il duello è Cortellesi vs Tolkien, guest star Gramsci) ma una dialettica tra una vecchia Italia spesso concentrata sul proprio ombelico e una nuova Italia che avrebbe la forza, la possibilità e persino gli strumenti per mettere a terra una svolta concreta, rendendosi conto cioè che l’unica egemonia di cui dovrebbe occuparsi un governo (e i suoi ministri, persino quelli santi) è quella che riguarda l’egemonia italiana nel famoso “globo terracqueo” amato da Meloni». Bisognerebbe, dice Ferrara, pensare a «esportare la cultura italiana nel mondo» e smetterla di «dedicare troppo tempo alle polemiche da bar, alle scazzottate da social o alla battaglie culturali fuori tempo massimo».

————-

NOTA – Si tratta di un estratto del ” Corrierone” Corriere della Sera che il più autorevole  quotidiano italiano ha pubblicato il 18/01 u.s.- Il giudizio che dà Marcello Veneziani su Gramsci, il più autorevole notista politico di una destra dal “volto umano” mi ha lasciato sgomento, sconcertato e sbigottito! Possibile, mi sono detto, che Grasmci uno dei miei idoli di gioventù è stato tutto ciò che egli afferma?  Ho effettuato molte ricerche che hanno purtroppo confermato quanto il nostro afferma. Mi auguro che qualcuno mi aiuti nel fare chiarezza definitiva citando supporti storici che smentiscano in modo accettabile riportato sull’argomento.

Giuseppe Giuffria

 

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