Era ora che qualche voce rompesse l’assurdo silenzio che da troppo tempo ricopre come una cappa i gravi e numerosi problemi che assillano l’isola. Sono troppo vecchio per concorrere al necessario risveglio dal torpore in cui è caduta l’isola ma ho ancora lucidità per condividere con forza la lettera aperta di Pietro. Faccio ancora quel che posso per la mia isola e considero ben investito il tempo dedicato alla comunità, chiunque lo faccia.
Come non condividere il grido d’allarme di Pietro Bertucci?
Utilissimo e appropriato perché ancora si è in tempo per interrompere la deriva negativa imboccata ma occorre fermarsi e riflettere. Si faccia presto, però.
Le trasformazioni degli ultimi decenni sono state profonde e i tempi sono difficili e densi di novità: problemi nuovi incalzano le nostre vite, la nostra comunità si è scomposta (i motivi esterni e interni sono tanti) e stenta a ricomporsi in forme moderne, sono quasi spariti i vecchi mestieri e i nuovi son sempre più legati al turismo con le note insite precarietà, sono sempre più numerosi i residenti che abitano in case sparse nelle campagne accrescendo la separazione fisica tra le persone e il centro abitato si sta velocemente trasformato in un sito turistico frequentato in estate da vacanzieri interessati al proprio relax mentre in inverno molti isolati restano disabitati e i pochi residenti non hanno vicini con cui scambiarsi parole e favori, sull’isola son cresciuti i villeggianti nell’alta stagione e son diminuiti gli abitanti stabili, le scuole hanno sempre meno alunni per riduzione di nascite e per l’emigrazione scolastica che porta via mamme e figli, i ritmi sono frenetici in estate e lentissimi nel lungo inverno, i giovani vivono le difficoltà dei tempi e sentono stretti i limiti dell’isola, cresce il loro allontanamento per lavoro, per studio o per desiderio di novità, l’innesto di nuovi gruppi etnici ha bisogno dei suoi tempi.
Questa è solo una sommaria elencazione di dati di fatto da studiare e approfondire. Se poi si aggiunge la maggiore disponibilità economica che spinge all’egoismo e a rinchiudersi nel proprio orticello, la crescita di operatori turistici – nativi e non- che, per motivi vari, dell’isola vivono solo i frenetici mesi estivi, quando i rapporti interpersonali sono allentati o inesistenti e che di fatto non partecipano né all’analisi né alla ricerca di soluzione dei problemi comuni, il quadro generale si fa più chiaro.
Questi per me sono tutti ingredienti che determinano i caratteri delle due vite dell’isola: quella frenetica estiva in cui si è impegnati nel dare risposte alle istanze dei turisti e non si ha tempo per gli interessi comuni e quella invernale quando i residenti si riducono drasticamente e, anche per assenza di stimoli, entrano in “letargo”. La situazione peggiora anche a causa dell’inesistenza di posti di aggregazione, della smobilitazione della filodrammatica, della rarefazione delle pratiche religiose, dell’assenza di assemblee cittadine (l’ultima che ricordo risale alla primavera del 2018), che sono per propria natura palestra di democrazia, strumento di formazione e promotrici del senso di appartenenza .
Per tutto ciò ritengo appropriato l’intervento di Pietro. Stimolare l’orgoglio civico è fondamentale, ma da solo non basta. Occorre che il “grido di dolore” venga colto almeno da quanti hanno investito sull’isola denaro ed entusiasmo. Traggano la forza di superare le barriere dell’egoismo e meditino sulla necessità di cittadinanza attiva come un tempo facevano i nostri padri, ben più carichi di problemi e ben più esposti a posizioni ideologiche di parte.
La foto che correda la lettera di Pietro mi ha ricordato quando -son passati quasi 50 anni- da consigliere all’opposizione ero in prima fila con tutti gli amministratori comunali. Difendevano con orgoglio e con la dignità delle funzioni il diritto a un collegamento decente dell’isola: allora, con quella protesta impedimmo che un catorcio di nave sostituisse una nave degna del nome e capace di effettuare la traversata in 2 ore e 40 anche con mare grosso. Restando sul filo dei ricordi, qualche anno dopo, ero sindaco quando per sostenere i nostri diritti occupammo la nave per tenervi un Consiglio (tutti i consiglieri di maggioranza e di minoranza erano fisicamente presenti con tanto di segretario comunale verbalizzante). Sulla nave ferma in porto a Palermo dibattemmo con la compostezza istituzionalmente dovuta e deliberammo sulle azioni da intraprendere e confutammo la contestazione di un suo improprio della nave asserendo il diritto di celebrarvi legittimamente la seduta consiliare essendo la nave “una nostra strada”. Si scomodarono per noi prefettura e deputati, ma abbiamo visto soddisfatte le nostre richieste.
In entrambe le circostanze ciascuno di noi mantenne le proprie posizioni politiche di parte ma restammo uniti con l’intera popolazione alle spalle.
Altri tempi, si dirà.
Sì, i tempi erano diversi e la garanzia di collegamenti decenti era una esigenza condivisa e pretesa da tutti. Anche gli interlocutori erano diversi: ministeri e assessorati avevano capacità di ascolto e la compagnia statale (la SIREMAR) garantiva i collegamenti con spirito di servizio e non come strumento di arricchimento personale.
C’erano poi temi controversi che ci vedevano divisi e ognuno li affrontava con entusiasmo nella sede istituzionale e in piazza. Non esistevano Consigli da remoto (l’abuso che se ne è fatto oltre a essere diseducante è grave mancanza di rispetto dell’Organo e della funzione) e l’aula consiliare era piena e talvolta tanti cittadini pazientemente ascoltavano dalle scale. E non mancavano mai giovani che accorrevano numerosi anche nelle assemblee cittadine, affollatissime anch’esse.
Non passava inosservata una pur piccola variazione dei collegamenti, se prima non fosse discussa collegialmente e pubblicamente. Non sarebbe stato coperto dal silenzio per tanti, troppi anni l’impiego di navi e aliscafi vecchi e disastrati: il filmato che documenta l’entrata di acqua dal finestrino avrebbe suscitato scandalo e proteste del Consiglio. Non sarebbe passato inosservato il fatto, incredibile se vero, che Ustica sia destinata a essere l’unica isola siciliana con i collegamenti con contratto ministeriale: come si potrà difendere l’isola se ora con azioni comuni con le altre isole non si è riesciti neanche a contrastare l’aumento sconsiderato delle tariffe?
Tutto svanito?
È mai possibile che restino solo i ricordi di una cittadinanza vivace e attenta, orgogliosa e ambiziosa?
È mai possibile rassegnarsi all’inerzia, alla rinunzia a ogni confronto civile, all’accettazione supina di ogni disservizio, all’incapacità di critica?
Benvenuta la lettera aperta di Pietro. Benvenuta e benemerita.
Non tocca a noi anziani prendere iniziative e assumere impegni che hanno bisogno di tempi lunghi e di energie, entrambi limitati, ma, se possiamo essere ancora utili, siamo pronti a spendere parole di stimolo e, se richiesto, dare contributi di idee.
I giovani fuggono dall’isola? È vero ma non sono ancora persi. C’è ancora spazio per suscitare in loro entusiasmo ma, per carità, non perdiamo più tempo. Se tutti abbiamo voglia di parlare con loro, di loro e del loro futuro Ustica potrà ancora non perderli.
La comunità è disgregata e appare non interessata ai problemi comuni? Fermiamoci a riflettere e, guardandoci negli occhi, proviamo a discutere serenamente. Si può cominciare con una riunione pubblica. Basterà coinvolgere i giovani e tutti coloro che hanno legami con l’isola e ne sono innamorati, nativi e non, residenti e non, operatori economici e non. Discutendo con loro scopriremmo quanto sia grande il privilegio di vivere in un’isola bella e ancora integra come la nostra, che più scopro più mi sembra bella, e quanto sia immensamente gradevole, anzi gioioso condividere con altri disagi e vantaggi, delusioni e sogni.
Molti di noi anziani questo privilegio lo abbiamo assaporato e goduto e per la nostra isola abbiamo sognato un futuro splendido. Ancora oggi, avanti negli anni, pur considerando i nostri errori e le nostre omissioni, continuiamo ad alimentare il nostro sogno e ci appare cosa magnifica poterlo condividere.
Ecco perché mi ritrovo in ogni parola delle lettere di Pietro e di Attilio e di Giovanni, che anch’io ringrazio di cuore. E grazie dico pure a Mimmo che anche in questo frangente ci nutre di poesia e con saggezza aggiunge: «Vivere su un’isola significa accettare un ritmo dettato dal mare, dal vento e dalle stagioni». È cosa verissima, sacrosanta e vera, ma è altrettanto vero che i ritmi del mare, del vento e delle stagioni temprano chi vive su un’isola e noi, tutti insieme, abbiamo tempra forte per superare questa tempesta d’inerzia. Utilizziamola. Con modestia e determinazione.
In Ustica, la mia isola, 24 ottobre 2026 V.A.
Vito Ailara














