Oggi voglio condividere una riflessione che non faccio nella mia qualità di Consigliere Comunale, ma esclusivamente come cittadino, come una persona profondamente legata a Ustica, che ne conosce le difficoltà, ne segue le vicende e soprattutto ha a cuore il futuro di questa comunità.
Da tempo mi pongo una domanda che vorrei rivolgere anche agli usticesi: ma quando ci sveglieremo davvero?
Ustica è un’isola di appena otto chilometri quadrati, una piccola comunità nella quale i problemi sono conosciuti da tutti, se ne parla quotidianamente, spesso ci si lamenta, ma poi, nella maggior parte dei casi, tutto finisce lì.
I collegamenti marittimi continuano a rappresentare una difficoltà, tra disservizi di navi e aliscafi che condizionano la vita di chi deve spostarsi per lavoro, salute, studio o altre necessità. Il costo del carburante rimane alle stelle, ma ormai sembra quasi che ci si sia abituati anche a questo. I generi alimentari hanno prezzi sempre più pesanti per le famiglie, gli agricoltori continuano a fare i conti con i danni provocati dalla fauna selvatica e la scuola, puntualmente ogni anno, deve affrontare difficoltà e incertezze legate alla mancanza di insegnanti.
Sono problemi che si ripetono da anni e che troppo spesso vengono considerati normali, quasi fossero il prezzo inevitabile da pagare per vivere su un’isola. Ma non può essere sempre così.
A tutto questo si aggiunge una comunicazione istituzionale che, a mio avviso, dovrebbe essere molto più presente e vicina ai cittadini. In una realtà piccola come Ustica dovrebbe essere naturale conoscere, comprendere e discutere i progetti che riguardano il territorio. Invece capita spesso che si venga a conoscenza di interventi e decisioni soltanto attraverso l’Albo Pretorio, come nel caso dei progetti relativi ai sentieri e all’illuminazione. Pubblicare gli atti è certamente importante, ma amministrare significa anche spiegare le scelte, confrontarsi con la popolazione e coinvolgerla.
Detto questo, non voglio che questa lettera diventi occasione per attribuire tutte le responsabilità a chi amministra, perché oggi la riflessione che sento di fare riguarda soprattutto i cittadini.
Mi chiedo spesso come sia possibile che davanti a tante difficoltà ci sia così poca partecipazione. Ci si lamenta al bar, per strada, nelle conversazioni private, qualche volta sui social, ma quando arriva il momento di far sentire la propria voce, di partecipare, di chiedere spiegazioni o di sostenere una questione che riguarda tutti, troppo spesso rimangono sempre le stesse poche persone.
E allora mi domando: cosa deve succedere ancora? Quale altro disservizio bisogna subire, quale altro aumento bisogna sopportare, quale altra difficoltà deve presentarsi prima di comprendere che il silenzio e la rassegnazione non aiutano a risolvere nulla?
Comprendo anche perché, con il passare degli anni, una parte della popolazione possa essersi assopita, quasi rassegnata. Quando la politica comunale sembra diventare una questione riservata a pochi, quando si ha la sensazione che le decisioni vengano prese all’interno di poche stanze e che ai cittadini rimanga soltanto il compito di prenderne atto, è facile perdere interesse e convincersi che partecipare serva a poco. Ma proprio questo è il rischio più grande, perché una comunità che smette di interessarsi a ciò che accade finisce inevitabilmente per lasciare ad altri tutte le scelte che riguardano il proprio futuro.
Sarebbe bello, invece, vedere gli usticesi tornare a seguire con maggiore attenzione la vita pubblica, non soltanto quella comunale, ma anche ciò che accade a livello regionale e nazionale. Informarsi, comprendere le decisioni, conoscere i progetti, confrontarsi e farsi un’opinione sono aspetti fondamentali della partecipazione democratica.
Anche il voto acquista un significato più profondo quando nasce dalla conoscenza e dalla consapevolezza, piuttosto che dall’abitudine, dalle simpatie personali o dalle appartenenze.
E proprio pensando alla partecipazione, non posso nascondere l’emozione provata davanti al risultato del referendum svoltosi quest’anno ed ai voti espressi per il Sì. Al di là delle diverse posizioni, vedere cittadini che si esprimono su una questione importante dimostra quanto sia significativo il momento in cui una comunità è chiamata a decidere. Vorrei che quell’interesse non si esaurisse dentro una cabina elettorale, ma continuasse anche dopo, nella vita quotidiana dell’isola, nel confronto sui problemi e nell’attenzione verso le scelte delle istituzioni.
Perché Ustica ha ancora tanto da dire e da dare, e il contributo dei suoi cittadini non può limitarsi al giorno delle elezioni o dei referendum. La partecipazione dovrebbe essere qualcosa di continuo, un’abitudine da ritrovare e coltivare. E questo richiede uno sforzo da entrambe le parti: da chi amministra, che dovrebbe favorire il dialogo e rendere più comprensibili le proprie scelte, e dai cittadini, che dovrebbero tornare a interessarsi, informarsi e chiedere di essere coinvolti.
Non vorrei che ci abituassimo all’idea che la politica sia una faccenda per pochi e che agli altri non resti altro che commentare ciò che è già stato deciso. La politica, nel suo significato più autentico, riguarda la vita di tutti, anche di chi non ha mai ricoperto un incarico pubblico e non intende farlo.
Non penso che tutti debbano avere le stesse idee, né che sia necessario essere sempre d’accordo. Il confronto è fondamentale, soprattutto in una piccola comunità. Ma una cosa è avere opinioni diverse, un’altra è scegliere di non interessarsi, aspettando che siano sempre gli altri a esporsi e a cercare di cambiare qualcosa.
Credo che uno dei problemi sia proprio questo: spesso ci si mobilita soltanto quando una difficoltà riguarda direttamente i propri interessi. Se manca un insegnante e non si hanno figli a scuola, sembra che il problema non ci riguardi. Se la fauna selvatica distrugge un raccolto e non si è agricoltori, ci si sente poco coinvolti. Se un collegamento marittimo viene meno e quel giorno non si deve viaggiare, il disagio sembra appartenere soltanto agli altri.
Ma una comunità è tale quando riesce a sentire come propri anche i problemi degli altri.
Non voglio fare la morale a nessuno e certamente non penso di avere soluzioni per ogni problema. So però che continuare a lamentarsi senza partecipare non porterà lontano. Non si può pretendere che le cose cambino se poi si lascia sempre a pochi il compito di interessarsi, esporsi, chiedere risposte e portare avanti le istanze collettive.
Il futuro di Ustica ha bisogno dell’impegno di molti, non soltanto della buona volontà di pochi.
Vorrei che questa riflessione fosse interpretata per quello che è, un invito a ritrovare un maggiore senso di comunità, a essere più presenti e consapevoli, a non considerare inevitabile tutto ciò che da anni crea difficoltà.
Ustica è un’isola straordinaria, ma le sue bellezze da sole non bastano a garantire una buona qualità della vita a chi vi abita, a chi lavora, a chi cresce i propri figli e a chi continua a credere in un futuro su questa terra.
Amare Ustica significa anche avere il coraggio di affrontarne i problemi, senza voltarsi dall’altra parte e senza aspettare sempre che sia qualcun altro a farlo.
Non so se queste parole serviranno a qualcosa, ma sentivo il bisogno di condividerle. Perché mi preoccupa vedere come, anno dopo anno, tante difficoltà rimangano le stesse e come, nonostante le lamentele, troppo spesso prevalga il silenzio.
E allora torno alla domanda iniziale: ma quando ci sveglieremo? Dobbiamo davvero aspettare che le cose peggiorino ancora prima di capire che ciascuno può e deve fare la propria parte?
Non servono divisioni, protagonismi o battaglie personali. Serve maggiore partecipazione, serve dialogo, serve la volontà di affrontare insieme i problemi, anche quando non ci toccano direttamente.
Perché se si continua a delegare tutto agli altri, tra qualche anno si rischia di ritrovarsi ancora a lamentarsi delle stesse cose, magari chiedendosi perché nulla sia cambiato.
Ustica non è di chi la amministra, non è di chi fa politica e non è di chi alza di più la voce. Ustica appartiene alla sua comunità e a tutti coloro che ne hanno a cuore il futuro.
Continuo a credere che questa comunità abbia le capacità e le energie per reagire, ma bisogna cominciare a dimostrarlo con i fatti, perché il cambiamento non può essere sempre una responsabilità degli altri.
E forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire, dalla consapevolezza che lamentarsi è facile, mentre impegnarsi richiede tempo, coraggio e qualche sacrificio. Ma senza l’impegno di tanti, anche quello di pochi rischia di diventare inutile.
Diego Altezza














